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Corte costituzionale, meno poteri a Regioni

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In materia di autonomie regionali, la Corte costituzionale interviene con una sentenza (n. 68/2018) da cui ne deriva un lavoro  più rigido su lavori interni e cambi di destinazione.

La sentenza riguarda la legge umbra 1/2015, ma, tuttavia, non è da escludere che si possa estendere anche ad altre regioni. La legge regionale consentiva manutenzioni, restauri, ristrutturazioni. Ma la normativa statale di principio limita al 25% la possibilità di mutare la destinazione d'uso e prevede una convenzione sui prezzi di vendita. Con altra norma regionale si consentivano le opere interne alle unità immobiliari come attività libera, senza titolo.

Stando al parere della Corte costituzionale, questo contrasta con il Dpr 380/2001 perché nella normativa statale la Scia è sostituita dalla Cila.

Ancora più rigido è l'intervento sulle norme che consentivano alla giunta regionale di sottrarre tipologie di interventi all'applicazione della normativa antisismica e all'autorizzazione della stessa.

Pa e blocco attività imprenditoriale: chi paga i danni

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Se la Pubblica amministrazione ostacola l'attività di un imprenditore ne paga i danni, ovvero le conseguenze. Lo fa sapere con una sentenza (1457 del 6 marzo 2018) il Consiglio di Stato.

La novità rilevante introdotta dalla sentenza riguarda il calcolo del risarcimento e, in particolare, il meccanismo adoperato per definirlo: i giudici quantificano gli utili perduti, senza il ricorso a consulenze esterne.

Nella causa i giudici hanno valutato le ipotesi in cui il ministero non avesse apposto ostacoli, giungendo al calcolo del tempo imprenditoriale perso: due anni, convertiti in utili non percepiti.

Pertanto, l'attività turistico balneare di un imprenditore di un Comune salentino che aveva investito risorse su circa 40 mila metri quadrati ristrutturando trulli e collocando opere accessorie a un'iniziativa balneare. Iniziativa bloccata per due volte dalla Soprintendenza per i beni archeologici e poi annullata due volte dal Tar locale.

La sentenza del Consiglio di Stato n. 1457 del 6 marzo 2018.


Dipendente pubblico e contratto a termine, come provare abuso

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La sentenza della Corte Ue riguarda la controversia derivata dalla causa di una lavoratrice di un piccolo Comune, la quale aveva dichiarato di aver lavorato come dipendente con una serie consecutiva di contratti a termine.

Con la sentenza C-494/16, la Corte Ue chiarisce che gli Stati membri hanno un margine di discrezionalità nella scelta degli strumenti utilizzabili per contrastare l'abuso dei contratti a tempo.

Gli Stati membri, al fine di prevenire gli abusi derivanti da contratto di lavoro a tempo determinato dovranno prevedere l'introduzione di una o più misure relative a "ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo dei suddetti contratti o rapporti, la durata massima totale dei contratti o rapporti di lavoro a termine determinato successivi, il numero dei rinnovi dei suddetti contratti o rapporti. Ma prima di procedere gli Stati membri dovranno consultare le parti sociali a norma delle leggi, dei contratti collettivi e della prassi nazionali, e/o le parti sociali stesse.

Potranno, poi, considerare a quali condizioni i contratti di lavoro a termine determinato dovranno essere considerati 'successivi'; dovranno essere ritenuti contratti o rapporti a tempo indeterminato.

Aumento indennità sindaci e assessori, il parere della Corte

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La Corte dei Conti, sezione Toscana, si è espressa in merito ad alcuni dettagli sull'aumento di indennità di funzione del sindaco e degli assessori, con la deliberazione n. 3/2018.

Secondo i magistrali contabili è ammessa la possibilità di aumentare le indennità di funzione del sindaco e degli assessori nella misura massima prevista nella tabella A, tenendo conto della riduzione imposta dalla finanziaria 2006. Ma, essendo la normativa finalizzata al contenimento della spesa pubblica, si devono rispettare i principi di sana gestione finanziaria. Pertanto, nelle decisioni relative ad ogni aumento di spesa è necessario valutare che le condizioni rispettino la normativa vigente. Inoltre, nel parere dei magistrati viene precisato che le fasi di certificazione «non devono, peraltro, limitarsi ad un mero riscontro di tipo contabile ma sono chiamati ad operare un ben più pregnante e rigoroso accertamento, in termini di effettività, circa la sussistenza degli anzidetti parametri non disgiunto da una complessiva valutazione, anche alla stregua di principi di sana gestione finanziaria, delle risultanze di bilancio»

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Comune di Sabaudia, la sentenza della Corte sulle dune

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«Le variazioni alle circoscrizioni dei comuni possono incidere, per virtù propria, quali modi di acquisto di diritto pubblico, soltanto sulla proprietà dei beni demaniali spettanti ai comuni interessati al provvedimento, ma non anche sulla proprietà dei beni patrimoniali dei comuni stessi, nei cui riguardi il mutamento della titolarità può verificarsi soltanto in forza della sistemazione patrimoniale e del riparto delle attività e delle passività demandati all'autorità». Questa la spiegazione della Corte di Cassazione al ricorso proposto dal Comune di Sabaudia contro la decisione della Corte di appello di Roma del 2011.

Il contenzioso riguarda le ville 'vip' sulle dune di Sabaudia poste tra il lago di Paola e il mare. La sentenza del 2011 chiarì che il comune di Sabaudia non era mai diventato proprietario di immobili, poiché il Dl istitutivo del municipio distingueva tra "beni patrimoniali" e "demaniali" aggiungendo che «non si sarebbe fatto luogo a riparti o a conguagli fra i comuni interessati».

Di qui la sentenza della Corte di Cassazione, n. 2805 del 6 febbraio 2018, che dopo 56 anni dal primo atto di citazione, ha definitivamente sancito che il comune creato dal regime fascista con un Regio decreto del 1933 a seguito della bonifica delle paludi pontine da parte dell'Opera nazionale combattenti, non ha alcun diritto sulle famose dune. Una porzione di territorio originariamente rientrante nel municipio di Terracina che nel 1952 la cedette ad una srl che a sua volta alienò i terreni ai privati: si tratta dei fondi di Ponte e Pantanelli e dei tumeleti del lago salmastro.

Sale giochi e distanza sicurezza: è sempre da rispettare per lotta alla ludopatia

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Arriva dal Tar Veneto un chiarimento relativamente alla distanza minima dai luoghi sensibili delle sale giochi, come impone la legge regionale o il regolamento comunale vigente in tema di contrasto alla ludopatia.

Nel contenzioso promosso da un'impresa titolare di tabaccheria ed edicola che al suo interno aveva installato alcuni apparecchi per il gioco lecito, dopo aver opportunamente richiesto l'autorizzazione comunale. Impresa che, con una nuova Scia, comunicava, poi, al Comune il trasferimento presso una nuova sede che si trovava ad una distanza inferiore rispetto a quella prescritta dal regolamento in materia. Il Comune, dopo le dovute modifiche, stabilisce la decadenza dell'efficacia della Scia, inibendo, quindi, l'attività del gioco presso la nuova sede.

Con la sentenza del Tar Veneto n. 35/2018 con cui si dà ragione al Comune che, ai fini della tutela della salute dai rischi di ludopatia, non vi è alcuna differenza tra l'apertura di una nuova sala giochi e il trasferimento di un'attività già esistente in nuovi locali che non rispettano la distanza di sicurezza da luoghi sensibili come scuole, centri di aggregazione giovanile, ospedali, chiese. Il trasferimento in una nuova sede è, di fatto, una nuova apertura della medesima attività, ma in luoghi diversi da quelli già stabiliti.

Pareggio di bilancio regioni ed enti locali, le regole sul debito

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Torna il tema del pareggio di bilancio di regioni ed enti locali, per quel che concerne, nello specifico, i meccanismi di distribuzione delle possibilità di indebitamento e, quindi, gli investimenti finanziati per questa via.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 252/2017, ha dichiarato l'illegittimità del passaggio in cui le regole sul pareggio di bilancio assegnano a un decreto di Palazzo Chigi il compito di disciplinare lo scambio di spazi finanziari tra le regioni e gli enti locali del loro territorio e la possibilità per lo Stato di intervenire con il potere sostitutivo in luogo delle Regioni troppo lente.

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Corte dei Conti, condannato il sindaco per danno all'immagine dell'ente

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Se un pubblico funzionario commette comportamenti illeciti, questi sono percepiti dall'opinione pubblica come immediatamente riferibili anche alla istituzione a cui appartiene il funzionario, quindi non solo alla persona fisica. Da ciò ne deriva, inevitabilmente, un danno d'immagine alla Pubblica Amministrazione: definito "danno conseguenza" è un vero e proprio danno all'immagine dell'ente, conseguente ai fatti produttivi della lesione stessa.

Lo ha ribadito la Corte dei Conti con la sentenza n. 686/2017.

Nella sentenza, la Corte specifica: "[...] vanno considerati la gravità del comportamento illecito tenuto dal sindaco, che ha disposto in più occasioni dei fondi comunali, prescindendo da ogni regola e procurando vantaggio a una pluralità di persone, tra cui la propria moglie e un consigliere della maggioranza, così significativamente discostandosi dai canoni ai quali egli avrebbe dovuto obbligatoriamente ispirarsi (cosiddetto criterio oggettivo) [...]". Inoltre: "[...] sulla base del criterio oggettivo, la valutazione del danno arrecato all’amministrazione di appartenenza non può essere limitata all’aspetto prettamente economico dell’utilità effettivamente percepita dal convenuto, ma deve tener conto dell'importanza dei doveri istituzionali dolosamente violati e della gravità delle condotte poste in essere, poiché in funzione di tali connotati si sono determinate le ripercussioni negative sull’immagine dell'amministrazione d'appartenenza".

Il Giudice ha quantificato equitativamente il danno nella misura di  € 32.369,83, come richiesto dal Pubblico Ministero contabile.

Tar Lazio, il Comune non può ignorare la domanda di permesso di costruire

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Ricorso contro il silenzio-inadempimento del comune. E' stata questa la decisione finale del parere del Tar Roma, con la sentenza del 31 ottobre 2017 n. 10863. Il tema riguarda la richiesta al comune di un pronunciamento sulla richiesta di permesso di costruire.

Nel caso specifico, il fatto riguarda una società e il permesso di costruire per la realizzazione di un fabbricato destinato all'Agenzia delle Entrate, ottenuto dal Comune "M/3 - servizi pubblici di carattere locale". Qualche anno dopo, nel 2013, la società chiede un altro permesso di costruire per edificare un piccolo ampliamento dello stesso fabbricato da destinare a bar ristorante e mensa aziendale per enti pubblici. Al provvedimento di preavviso di diniego emesso dal comune, la società contesta l'interpretazione dell'amministrazione senza ottenere alcuna risposta. Così la società nel 2017 chiede al Tar che venga accertata la illegittimità del silenzio serbato dal comune sulla sua istanza di rilascio di permesso di costruire.

Il nodo da sciogliere riguarda l'interpretazione del silenzio dell'amministrazione: silenzio-assenso o silenzio-inadempimento?

Quindi il Tar Roma, sezione seconda bis, con la sentenza del 31 ottobre 2017, n. 10863, accoglie l'interpretazione della società. Relativamente all'ipotesi di silenzio.assenso, il Tar spiega che la norma è applicabile nel caso in cui l'amministrazione rimane totalmente silente. E l'unica soluzione contro l'inerzia del comune è il ricorso contro il silenzio-inadempimento.

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