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Pareggio di bilancio regioni ed enti locali, le regole sul debito

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Torna il tema del pareggio di bilancio di regioni ed enti locali, per quel che concerne, nello specifico, i meccanismi di distribuzione delle possibilità di indebitamento e, quindi, gli investimenti finanziati per questa via.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 252/2017, ha dichiarato l'illegittimità del passaggio in cui le regole sul pareggio di bilancio assegnano a un decreto di Palazzo Chigi il compito di disciplinare lo scambio di spazi finanziari tra le regioni e gli enti locali del loro territorio e la possibilità per lo Stato di intervenire con il potere sostitutivo in luogo delle Regioni troppo lente.

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Corte dei Conti, condannato il sindaco per danno all'immagine dell'ente

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Se un pubblico funzionario commette comportamenti illeciti, questi sono percepiti dall'opinione pubblica come immediatamente riferibili anche alla istituzione a cui appartiene il funzionario, quindi non solo alla persona fisica. Da ciò ne deriva, inevitabilmente, un danno d'immagine alla Pubblica Amministrazione: definito "danno conseguenza" è un vero e proprio danno all'immagine dell'ente, conseguente ai fatti produttivi della lesione stessa.

Lo ha ribadito la Corte dei Conti con la sentenza n. 686/2017.

Nella sentenza, la Corte specifica: "[...] vanno considerati la gravità del comportamento illecito tenuto dal sindaco, che ha disposto in più occasioni dei fondi comunali, prescindendo da ogni regola e procurando vantaggio a una pluralità di persone, tra cui la propria moglie e un consigliere della maggioranza, così significativamente discostandosi dai canoni ai quali egli avrebbe dovuto obbligatoriamente ispirarsi (cosiddetto criterio oggettivo) [...]". Inoltre: "[...] sulla base del criterio oggettivo, la valutazione del danno arrecato all’amministrazione di appartenenza non può essere limitata all’aspetto prettamente economico dell’utilità effettivamente percepita dal convenuto, ma deve tener conto dell'importanza dei doveri istituzionali dolosamente violati e della gravità delle condotte poste in essere, poiché in funzione di tali connotati si sono determinate le ripercussioni negative sull’immagine dell'amministrazione d'appartenenza".

Il Giudice ha quantificato equitativamente il danno nella misura di  € 32.369,83, come richiesto dal Pubblico Ministero contabile.

Tar Lazio, il Comune non può ignorare la domanda di permesso di costruire

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Ricorso contro il silenzio-inadempimento del comune. E' stata questa la decisione finale del parere del Tar Roma, con la sentenza del 31 ottobre 2017 n. 10863. Il tema riguarda la richiesta al comune di un pronunciamento sulla richiesta di permesso di costruire.

Nel caso specifico, il fatto riguarda una società e il permesso di costruire per la realizzazione di un fabbricato destinato all'Agenzia delle Entrate, ottenuto dal Comune "M/3 - servizi pubblici di carattere locale". Qualche anno dopo, nel 2013, la società chiede un altro permesso di costruire per edificare un piccolo ampliamento dello stesso fabbricato da destinare a bar ristorante e mensa aziendale per enti pubblici. Al provvedimento di preavviso di diniego emesso dal comune, la società contesta l'interpretazione dell'amministrazione senza ottenere alcuna risposta. Così la società nel 2017 chiede al Tar che venga accertata la illegittimità del silenzio serbato dal comune sulla sua istanza di rilascio di permesso di costruire.

Il nodo da sciogliere riguarda l'interpretazione del silenzio dell'amministrazione: silenzio-assenso o silenzio-inadempimento?

Quindi il Tar Roma, sezione seconda bis, con la sentenza del 31 ottobre 2017, n. 10863, accoglie l'interpretazione della società. Relativamente all'ipotesi di silenzio.assenso, il Tar spiega che la norma è applicabile nel caso in cui l'amministrazione rimane totalmente silente. E l'unica soluzione contro l'inerzia del comune è il ricorso contro il silenzio-inadempimento.

Consiglieri comunali alla conferenza dei capigruppo, spetta o no il gettone di presenza?

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Per i consiglieri che partecipano alla conferenza dei capigruppo non è possibile corrispondere gettoni di presenza.

Il tema, molto dibattuto e sul quale si sono già espressi in passato diverse parti, tra cui il ministero dell'Interno, il Consiglio di Stato, è stato affrontato dalla sezione regionale di controllo per l'Umbria della Corte dei Conti. Quest'ultima chiarisce definitivamente la questione con la delibera n. 113/2017.

La sezione umbra della Corte ha espresso il proprio parere sul comma 7, dell'art. 82, del Tuel, secondo cui agli amministratori ai quali viene corrisposta l'indennità di funzione non è dovuto alcun gettone per la partecipazione a sedute degli organi collegiali né di commissioni che di quell'organo costituiscono articolazioni interne ed esterne. E cita il comma 2, dell'art. 83, che pone il divieto di percepire consensi per la partecipazione a organi o commissioni denominate se tale partecipazione è connessa all'esercizio delle funzioni pubbliche proprie dell'amministratore.

Il Testo unico degli enti chiarirebbe, a parere dei giudici contabili umbri, che la partecipazione alla conferenza dei capigruppo «è già esaustivamente remunerata ai sensi dell'articolo 82, secondo comma, nell'ambito dell'attività consiliare propria della funzione esercitata». Funzione in cui rientra senza ombra di dubbio la partecipazione alla conferenza dei capigruppo, dove il consigliere esercita attività che appartengono in pieno all'esercizio delle proprie funzioni pubbliche.

Inoltre, la conferenza non può essere assimilata, per assetto organizzativo, finalità e natura delle funzioni esercitate, alle commissioni consiliari permanenti, cui si riferisce l'art. 82, comma 2.

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Corte dei conti, il revisore Comune può far parte del collegio sindacale

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Il collegio sindacale di una società partecipata dal Comune può includere tra i membri anche il componente dell'organo di revisione di un comune, solo se questi non esercita il controllo previsto dall'articolo 2593 del codice civile sulla stessa società. Un chiarimento al riguardo arriva dalla sentenza n. 182/2017 della Corte dei Conti, sezione Emilia Romagna, con cui si chiarisce che il revisore dei conti di un'amministrazione comunale non incorre nelle situazioni di incompatibilità previste dall'articolo 236 del Dlgs 267/2000 e dall'articolo 2399 del codice civile, nel caso in cui svolga attività come componente del collegio sindacale di una società partecipata, ma non sottoposta al controllo da parte della medesima amministrazione.

La sentenza della Corte prende in esame la situazione relativa a una società in cui il Comune detiene più del 40% del capitale sociale, ma senza esercitare il controllo previsto dall'articolo 2359 del codice civile. Tant'è che lo statuto della società stabilisce che tutte le decisioni dell'assemblea devono essere prese con un consenso del 51% (minimo), mentre quelle relative agli indirizzi generali di gestione, alla nomina degli amministratori e alla loro revoca, con il 100% del capitale sociale.

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Sindaco, nessuna responsabilità se l'incarico è su conferimento fiduciario

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Una sentenza (n. 367/2017) della Corte dei Conti esenta da ogni responsabilità contabile il sindaco che abbia affidato direttamente l'incarico, in base all'articolo 110 del Tuel. Senza procedura comparativa, richiesta solo dal Dl 90/2014, il sindaco è esente da colpa grave. Tuttavia, il danno erariale è a carico del responsabile del servizio finanziario, stando al parere dei giudici contabili, per via della autoliquidazione delle proprie missioni in assenza dei presupposti previsti dalla normativa.

Nel caso della sentenza su citata, la Corte dei conti territoriale aveva condannato il sindaco, nel giudizio di primo grado, per illegittimo conferimento di un incarico fiduciario esterno in assenza di una procedura comparativa richiesta espressamente dall'articolo 110, comma 1 del Tuel. Da parte dei giudici contabili era stata decisa la condanna del responsabile del servizio finanziario per essersi autoliquidato missioni in assenza della documentazione giustificativa. Decisione alla quale si oppone il sindaco per dare dimostrazione di mancanza di colpa grave e il responsabile dei servizi finanziari, quest'ultimo per giustificare la sua assunzione di diritto privato al di fuori della competenza della Corte dei conti.

In definitiva, secondo quanto stabilisce la Corte il sindaco va prosciolto dal danno erariale perché, nell'affidamento fiduciario disposto, non può ritenersi sussistente la connotazione colposa della sua condotta. Per quel che riguarda il responsabile dei servizi finanziari che si è autoliquidato gli importi delle proprie missioni, in mancanza della documentazione, il collegio specifica che l'applicabilità del regime di responsabilità amministrativo-contabile e la soggezione alla giurisdizione della Corte dei conti vale per tutti i dipendenti pubblici, anche per quelli degli enti locali.

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Consiglieri comunali, illegittima la decadenza per non aver partecipato al consiglio

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Se un consigliere sceglie deliberatamente di non partecipare alle riunioni del consiglio, ciò non comporta la sua decadenza dalla carica di consigliere.

È quanto stabilito dal Consiglio di Stato, quinta sezione, con la sentenza n. 4433/2017, che ha accettato il ricorso presentato da alcuni consiglieri in seguito alla comunicazione di decadenza dal consiglio comunale per non essere intervenuti, in modo non giustificato, ad alcune sedute consiliari. In realtà, però, l'astensionismo era stato ritenuto uno strumento di lotta politica a disposizione delle forze di opposizione per far valere il proprio dissenso a fronte di atteggiamenti ritenuti non partecipativi da parte della maggioranza. I consiglieri in questione avevano richiesto il risarcimento del danno patito in seguito al provvedimento di decadenza per danno d'immagine e per le conseguenze che comporta la preclusione alla partecipazione all'attività consiliare e, di conseguenza, la probabilità di perdere voti alle elezioni successive.

Il Consiglio puntualizza che la decadenza, intesa quale misura sanzionatoria, non può riguardare l'astensionismo di un consigliere comunale, in quanto è esercitato in un contesto di dialettica politica tra maggioranza e opposizione. Stando, pertanto, alla giurisprudenza, le assenze danno luogo a decadenza qualora la giustificazione sia relegata alla sfera mentale soggettiva, tale da impedire l'accertamento sulla fondatezza della stessa.

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Rifiuti abbandonati, l'ordinanza è sempre di competenza del sindaco

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Qual è la figura competente ad emettere le ordinanze per la rimozione dei rifiuti abbandonati? La giurisprudenza chiarisce il tema, in realtà già abbastanza deducibile secondo le normative. In particolare, il Consiglio di Stato, sezione V, con la sentenza n. 4230 del 6 settembre 2017, chiarisce che è il Sindaco, e non il Dirigente, la figura competente.

Precedentemente al Testo unico ambientale, le norme di riferimento erano il Testo unico degli enti locali e il Decreto Ronchi, di cui quest'ultimo attribuiva al sindaco la competenza di rimuovere i rifiuti, mentre il primo demandava al dirigente i cosiddetti atti gestionali.

Il testo unico prevede, nello specifico, l'articolo 192 del codice ambientale riproduce l'articolo 14 del decreto testualmente e introducendovi due aggiornamenti relativi all'obbligo di accertamenti da parte dei soggetti preposti al controllo e di contraddittorio con i soggetti interessati, oltre che il richiamo al decreto legislativo n. 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, ma ribadendo la competenza del sindaco a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma secondo.

Pertanto, il principio di specialità prevale sul principio di successione cronologica delle norme.

Consiglio di Stato, il Comune può revocare l'affidamento in house a una società

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Il Comune può revocare l'affidamento a una società in house e recedere dallo stesso nel caso in cui ci siano carenze di gestione. Come conferma il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4303/2017, qualora vi siano le condizioni un ente locale può abbandonare il modello dell'affidamento diretto.

Inoltre, non meno rilevante è la possibilità da parte dell'amministrazione di scegliere il modulo gestori per un servizio, anche se la scelta comporta di non proseguire la collaborazione con gli stessi gestori.

Secondo la sentenza, il potere di recedere da accordi amministrativi è legato al pubblico interesse e rappresenta la particolare configurazione che la potestà di revoca assume quando il potere amministrativo è stato esercitato con accordo iniziale anziché in forma unilaterale.


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