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Corte dei conti, il revisore Comune può far parte del collegio sindacale

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Il collegio sindacale di una società partecipata dal Comune può includere tra i membri anche il componente dell'organo di revisione di un comune, solo se questi non esercita il controllo previsto dall'articolo 2593 del codice civile sulla stessa società. Un chiarimento al riguardo arriva dalla sentenza n. 182/2017 della Corte dei Conti, sezione Emilia Romagna, con cui si chiarisce che il revisore dei conti di un'amministrazione comunale non incorre nelle situazioni di incompatibilità previste dall'articolo 236 del Dlgs 267/2000 e dall'articolo 2399 del codice civile, nel caso in cui svolga attività come componente del collegio sindacale di una società partecipata, ma non sottoposta al controllo da parte della medesima amministrazione.

La sentenza della Corte prende in esame la situazione relativa a una società in cui il Comune detiene più del 40% del capitale sociale, ma senza esercitare il controllo previsto dall'articolo 2359 del codice civile. Tant'è che lo statuto della società stabilisce che tutte le decisioni dell'assemblea devono essere prese con un consenso del 51% (minimo), mentre quelle relative agli indirizzi generali di gestione, alla nomina degli amministratori e alla loro revoca, con il 100% del capitale sociale.

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Sindaco, nessuna responsabilità se l'incarico è su conferimento fiduciario

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Una sentenza (n. 367/2017) della Corte dei Conti esenta da ogni responsabilità contabile il sindaco che abbia affidato direttamente l'incarico, in base all'articolo 110 del Tuel. Senza procedura comparativa, richiesta solo dal Dl 90/2014, il sindaco è esente da colpa grave. Tuttavia, il danno erariale è a carico del responsabile del servizio finanziario, stando al parere dei giudici contabili, per via della autoliquidazione delle proprie missioni in assenza dei presupposti previsti dalla normativa.

Nel caso della sentenza su citata, la Corte dei conti territoriale aveva condannato il sindaco, nel giudizio di primo grado, per illegittimo conferimento di un incarico fiduciario esterno in assenza di una procedura comparativa richiesta espressamente dall'articolo 110, comma 1 del Tuel. Da parte dei giudici contabili era stata decisa la condanna del responsabile del servizio finanziario per essersi autoliquidato missioni in assenza della documentazione giustificativa. Decisione alla quale si oppone il sindaco per dare dimostrazione di mancanza di colpa grave e il responsabile dei servizi finanziari, quest'ultimo per giustificare la sua assunzione di diritto privato al di fuori della competenza della Corte dei conti.

In definitiva, secondo quanto stabilisce la Corte il sindaco va prosciolto dal danno erariale perché, nell'affidamento fiduciario disposto, non può ritenersi sussistente la connotazione colposa della sua condotta. Per quel che riguarda il responsabile dei servizi finanziari che si è autoliquidato gli importi delle proprie missioni, in mancanza della documentazione, il collegio specifica che l'applicabilità del regime di responsabilità amministrativo-contabile e la soggezione alla giurisdizione della Corte dei conti vale per tutti i dipendenti pubblici, anche per quelli degli enti locali.

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Consiglieri comunali, illegittima la decadenza per non aver partecipato al consiglio

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Se un consigliere sceglie deliberatamente di non partecipare alle riunioni del consiglio, ciò non comporta la sua decadenza dalla carica di consigliere.

È quanto stabilito dal Consiglio di Stato, quinta sezione, con la sentenza n. 4433/2017, che ha accettato il ricorso presentato da alcuni consiglieri in seguito alla comunicazione di decadenza dal consiglio comunale per non essere intervenuti, in modo non giustificato, ad alcune sedute consiliari. In realtà, però, l'astensionismo era stato ritenuto uno strumento di lotta politica a disposizione delle forze di opposizione per far valere il proprio dissenso a fronte di atteggiamenti ritenuti non partecipativi da parte della maggioranza. I consiglieri in questione avevano richiesto il risarcimento del danno patito in seguito al provvedimento di decadenza per danno d'immagine e per le conseguenze che comporta la preclusione alla partecipazione all'attività consiliare e, di conseguenza, la probabilità di perdere voti alle elezioni successive.

Il Consiglio puntualizza che la decadenza, intesa quale misura sanzionatoria, non può riguardare l'astensionismo di un consigliere comunale, in quanto è esercitato in un contesto di dialettica politica tra maggioranza e opposizione. Stando, pertanto, alla giurisprudenza, le assenze danno luogo a decadenza qualora la giustificazione sia relegata alla sfera mentale soggettiva, tale da impedire l'accertamento sulla fondatezza della stessa.

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Rifiuti abbandonati, l'ordinanza è sempre di competenza del sindaco

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Qual è la figura competente ad emettere le ordinanze per la rimozione dei rifiuti abbandonati? La giurisprudenza chiarisce il tema, in realtà già abbastanza deducibile secondo le normative. In particolare, il Consiglio di Stato, sezione V, con la sentenza n. 4230 del 6 settembre 2017, chiarisce che è il Sindaco, e non il Dirigente, la figura competente.

Precedentemente al Testo unico ambientale, le norme di riferimento erano il Testo unico degli enti locali e il Decreto Ronchi, di cui quest'ultimo attribuiva al sindaco la competenza di rimuovere i rifiuti, mentre il primo demandava al dirigente i cosiddetti atti gestionali.

Il testo unico prevede, nello specifico, l'articolo 192 del codice ambientale riproduce l'articolo 14 del decreto testualmente e introducendovi due aggiornamenti relativi all'obbligo di accertamenti da parte dei soggetti preposti al controllo e di contraddittorio con i soggetti interessati, oltre che il richiamo al decreto legislativo n. 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, ma ribadendo la competenza del sindaco a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma secondo.

Pertanto, il principio di specialità prevale sul principio di successione cronologica delle norme.

Consiglio di Stato, il Comune può revocare l'affidamento in house a una società

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Il Comune può revocare l'affidamento a una società in house e recedere dallo stesso nel caso in cui ci siano carenze di gestione. Come conferma il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4303/2017, qualora vi siano le condizioni un ente locale può abbandonare il modello dell'affidamento diretto.

Inoltre, non meno rilevante è la possibilità da parte dell'amministrazione di scegliere il modulo gestori per un servizio, anche se la scelta comporta di non proseguire la collaborazione con gli stessi gestori.

Secondo la sentenza, il potere di recedere da accordi amministrativi è legato al pubblico interesse e rappresenta la particolare configurazione che la potestà di revoca assume quando il potere amministrativo è stato esercitato con accordo iniziale anziché in forma unilaterale.


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Comuni e tribunali, quando i rimborsi non sono puntuali

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Le spese di funzionamento dei tribunali sostenute da oltre 800 Comuni non vedono un rimborso in tempi brevi, determinando potenzialmente un debito di circa 400 milioni di euro.

Il Tar Lazio, che ha dato ragione ai Comuni, ha riaperto il caso proprio a distanza di pochi giorni dalla scadenza (30 settembre) di presentazione della domanda di richiesta rimborso da parte dei sindaci al ministero della Giustizia.

Nello specifico, il tema riguarda l'anticipazione da parte dei sindaci (secondo la legge 392 del 1941) delle spese relative agli affitti, manutenzioni, custodia, utenze, pulizie degli spazi giudiziari. I rimborsi non sono mai stati puntuali, tanto da accumulare arretrati che i sindaci calcolano in circa 700 milioni fino a settembre 2015. La manovra aveva messo a disposizione 300 milioni, da restituire in rate trentennali secondo le richieste dei sindaci che andavano presentate entro il 30 settembre.

Unico inconveniente: nel presentare la domanda avrebbero dovuto rinunciare a ogni contenzioso. Dettaglio, quest'ultimo, non da poco, poiché il Tar l'ha sospeso per «lesione al diritto di difesa».

La proposta di Anci e Ifel, diffusa in una nota, apre alla possibilità di fare richiesta entro il 30 settembre, ma senza rinunciare ai contenziosi, oppure rinviare non tenendo conto della scadenza.

Tar, accesso ai dati delle cartelle esattoriali

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Arriva con la sentenza del Tar Napoli un chiarimento sul principio di trasparenza della Pa, che garantisce ai contribuenti o alla stessa Pa il diritto di accesso alle cartelle esattoriali.

La sentenza del Tar di Napoli n. 3820/2015 depositata il 17 luglio dalla sesta sezione, accoglie il ricorso di un legale al quale l'Agenzia delle Entrate aveva disposto il no alla liquidazione dei contributi unificati da lui versati in eccesso in due giudizi amministrativi, avendone disposto la compensazione con debiti erariali pendenti (articolo 28 ter del Dpr 602/1973). Il professionista aveva richiesto l'accesso agli avvisi di accertamento e alle cartelle di pagamento (come previsto dalle norme sull'Accesso ai documenti amministrativi, legge 241/1990), in quanto non gli erano stati notificati.

Nella sentenza viene chiarito che per garantire l'interesse «concreto e attuale» del contribuente, «non è sufficiente il mero deposito, in semplice copia, agli atti del fascicolo di causa degli estratti di ruolo» poiché la cartella di pagamento e l'estratto di ruolo sono, in realtà «documenti diversi». È stato, inoltre, precisato dal collegio che mentre «la cartella esattoriale, prevista dall’articolo 25 del Dpr 602/1973 è un documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello (…) del ministero delle Finanze», diversamente «gli estratti di ruolo depositati agli atti di causa sono solo un elaborato informatico formato dall’esattore che, sebbene sostanzialmente contenente gli stessi elementi della cartella originale sono, di fatto, un surrogato della medesima, e non possono ritenersi ad essa equipollente, mentre il diritto di estrarre copia e prendere visione di documenti amministrativi fa rifermento propriamente ad atti amministrativi e non a succedanei di questi».

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Consiglio di Stato: grave illecito professionale ed esclusione dalla gara

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Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 4192, 5 settembre 2017, si è espressa sul 'grave illecito professionale', che «ai sensi dell'art. 80, comma 5, dlgs 18 aprile 2016, n.50, comporta l'esclusione del concorrente dalla gara, ricomprende ogni condotta, collegata all'esercizio dell'attività professionale, contraria ad un dovere posto da una norma giuridica, sia essa di natura civile, penale o amministrativa».

Tuttavia, la Sezione III ha precisato, anche, che tra i gravi illeciti contemplati dalla norma rientrano «le significative carenze nell'esecuzione di un precedente contratto di appalto o di concessione che ne hanno causato la risoluzione anticipata, non contestata in giudizio, ovvero confermata all'esito di un giudizio, ovvero hanno dato luogo ad una condanna al risarcimento del danno o ad altre sanzioni».

Nello specifico, hanno evidenziato che il testo dell'articolo 57, paragrafo 7, della direttiva 2014/24/UE non implica che per "data del fatto" debba intendersi la data di commissione del reato. La spiegazione è correlato al fatto che quando l'errore professionale deriva dalla commissione di un reato, che solitamente viene celato dal responsabile, la decorrenza del termine triennale di esclusione dalla data di commissione del reato.

In ultimo, la sentenza ha chiarito che, solo nel caso in cui il concorrente dimostri lealtà, si può ipotizzare un vero e proprio contraddittorio tra le parti.

Tar, il consigliere comunale può accedere a qualunque atto amministrativo

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Torna il dibattito sul diritto di accesso ad atti amministrativi e documenti dell'Ente da parte del consigliere comunale, in seguito al caso che ha coinvolto un consigliere comunale al quale era stato negato l'accesso agli atti. Nello specifico, una recente sentenza n. 564 del Tar Basilicata, sezione I, annulla la nota di diniego alla richiesta del consigliere.

La normativa sul tema è chiarita dal il combinato normativo disposto dagli articoli 10 (comma 1 e 2), articolo 43 (comma 2) del dlgs 18 agosto 2000 n. 267 e 22 comma 1, lettere a) e d) della legge 7 agosto 1990, n. 241. Pertanto, il diritto pubblico in questione è collegato al mandato pubblico che il consigliere svolge nell'ente locale ed è funzionale all'espletamento della funzione pubblica finalizzata a curare l'interesse della comunità locale di cui l'amministratore ha la rappresentanza esponenziale. In virtù di questa finalità, gli uffici comunali non possono negare espressamente l'accesso ai loro atti né rimanere silenti con la motivazione, illegittima, che tale decisione derivi dal rischio di paralisi degli uffici e dell'attività amministrativa.

Il diritto di acceso e di informazione agli atti del comune è disciplinato dall'articolo 10 del Dlgs n. 267 del 2000, in cui si stabilisce che tutti gli atti dell'amministrazione comunale sono pubblici e che il regolamento assicura ai cittadini, singoli e associati, il diritto di accesso agli atti amministrativi.

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