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Consiglio di Stato, il Comune può revocare l'affidamento in house a una società

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Il Comune può revocare l'affidamento a una società in house e recedere dallo stesso nel caso in cui ci siano carenze di gestione. Come conferma il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4303/2017, qualora vi siano le condizioni un ente locale può abbandonare il modello dell'affidamento diretto.

Inoltre, non meno rilevante è la possibilità da parte dell'amministrazione di scegliere il modulo gestori per un servizio, anche se la scelta comporta di non proseguire la collaborazione con gli stessi gestori.

Secondo la sentenza, il potere di recedere da accordi amministrativi è legato al pubblico interesse e rappresenta la particolare configurazione che la potestà di revoca assume quando il potere amministrativo è stato esercitato con accordo iniziale anziché in forma unilaterale.


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Comuni e tribunali, quando i rimborsi non sono puntuali

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Le spese di funzionamento dei tribunali sostenute da oltre 800 Comuni non vedono un rimborso in tempi brevi, determinando potenzialmente un debito di circa 400 milioni di euro.

Il Tar Lazio, che ha dato ragione ai Comuni, ha riaperto il caso proprio a distanza di pochi giorni dalla scadenza (30 settembre) di presentazione della domanda di richiesta rimborso da parte dei sindaci al ministero della Giustizia.

Nello specifico, il tema riguarda l'anticipazione da parte dei sindaci (secondo la legge 392 del 1941) delle spese relative agli affitti, manutenzioni, custodia, utenze, pulizie degli spazi giudiziari. I rimborsi non sono mai stati puntuali, tanto da accumulare arretrati che i sindaci calcolano in circa 700 milioni fino a settembre 2015. La manovra aveva messo a disposizione 300 milioni, da restituire in rate trentennali secondo le richieste dei sindaci che andavano presentate entro il 30 settembre.

Unico inconveniente: nel presentare la domanda avrebbero dovuto rinunciare a ogni contenzioso. Dettaglio, quest'ultimo, non da poco, poiché il Tar l'ha sospeso per «lesione al diritto di difesa».

La proposta di Anci e Ifel, diffusa in una nota, apre alla possibilità di fare richiesta entro il 30 settembre, ma senza rinunciare ai contenziosi, oppure rinviare non tenendo conto della scadenza.

Tar, accesso ai dati delle cartelle esattoriali

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Arriva con la sentenza del Tar Napoli un chiarimento sul principio di trasparenza della Pa, che garantisce ai contribuenti o alla stessa Pa il diritto di accesso alle cartelle esattoriali.

La sentenza del Tar di Napoli n. 3820/2015 depositata il 17 luglio dalla sesta sezione, accoglie il ricorso di un legale al quale l'Agenzia delle Entrate aveva disposto il no alla liquidazione dei contributi unificati da lui versati in eccesso in due giudizi amministrativi, avendone disposto la compensazione con debiti erariali pendenti (articolo 28 ter del Dpr 602/1973). Il professionista aveva richiesto l'accesso agli avvisi di accertamento e alle cartelle di pagamento (come previsto dalle norme sull'Accesso ai documenti amministrativi, legge 241/1990), in quanto non gli erano stati notificati.

Nella sentenza viene chiarito che per garantire l'interesse «concreto e attuale» del contribuente, «non è sufficiente il mero deposito, in semplice copia, agli atti del fascicolo di causa degli estratti di ruolo» poiché la cartella di pagamento e l'estratto di ruolo sono, in realtà «documenti diversi». È stato, inoltre, precisato dal collegio che mentre «la cartella esattoriale, prevista dall’articolo 25 del Dpr 602/1973 è un documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello (…) del ministero delle Finanze», diversamente «gli estratti di ruolo depositati agli atti di causa sono solo un elaborato informatico formato dall’esattore che, sebbene sostanzialmente contenente gli stessi elementi della cartella originale sono, di fatto, un surrogato della medesima, e non possono ritenersi ad essa equipollente, mentre il diritto di estrarre copia e prendere visione di documenti amministrativi fa rifermento propriamente ad atti amministrativi e non a succedanei di questi».

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Consiglio di Stato: grave illecito professionale ed esclusione dalla gara

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Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 4192, 5 settembre 2017, si è espressa sul 'grave illecito professionale', che «ai sensi dell'art. 80, comma 5, dlgs 18 aprile 2016, n.50, comporta l'esclusione del concorrente dalla gara, ricomprende ogni condotta, collegata all'esercizio dell'attività professionale, contraria ad un dovere posto da una norma giuridica, sia essa di natura civile, penale o amministrativa».

Tuttavia, la Sezione III ha precisato, anche, che tra i gravi illeciti contemplati dalla norma rientrano «le significative carenze nell'esecuzione di un precedente contratto di appalto o di concessione che ne hanno causato la risoluzione anticipata, non contestata in giudizio, ovvero confermata all'esito di un giudizio, ovvero hanno dato luogo ad una condanna al risarcimento del danno o ad altre sanzioni».

Nello specifico, hanno evidenziato che il testo dell'articolo 57, paragrafo 7, della direttiva 2014/24/UE non implica che per "data del fatto" debba intendersi la data di commissione del reato. La spiegazione è correlato al fatto che quando l'errore professionale deriva dalla commissione di un reato, che solitamente viene celato dal responsabile, la decorrenza del termine triennale di esclusione dalla data di commissione del reato.

In ultimo, la sentenza ha chiarito che, solo nel caso in cui il concorrente dimostri lealtà, si può ipotizzare un vero e proprio contraddittorio tra le parti.

Tar, il consigliere comunale può accedere a qualunque atto amministrativo

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Torna il dibattito sul diritto di accesso ad atti amministrativi e documenti dell'Ente da parte del consigliere comunale, in seguito al caso che ha coinvolto un consigliere comunale al quale era stato negato l'accesso agli atti. Nello specifico, una recente sentenza n. 564 del Tar Basilicata, sezione I, annulla la nota di diniego alla richiesta del consigliere.

La normativa sul tema è chiarita dal il combinato normativo disposto dagli articoli 10 (comma 1 e 2), articolo 43 (comma 2) del dlgs 18 agosto 2000 n. 267 e 22 comma 1, lettere a) e d) della legge 7 agosto 1990, n. 241. Pertanto, il diritto pubblico in questione è collegato al mandato pubblico che il consigliere svolge nell'ente locale ed è funzionale all'espletamento della funzione pubblica finalizzata a curare l'interesse della comunità locale di cui l'amministratore ha la rappresentanza esponenziale. In virtù di questa finalità, gli uffici comunali non possono negare espressamente l'accesso ai loro atti né rimanere silenti con la motivazione, illegittima, che tale decisione derivi dal rischio di paralisi degli uffici e dell'attività amministrativa.

Il diritto di acceso e di informazione agli atti del comune è disciplinato dall'articolo 10 del Dlgs n. 267 del 2000, in cui si stabilisce che tutti gli atti dell'amministrazione comunale sono pubblici e che il regolamento assicura ai cittadini, singoli e associati, il diritto di accesso agli atti amministrativi.

Cassazione, vigilanza sindaci e responsabilità di controllo

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Con la sentenza 20437/2017, la Cassazione pone stretti limiti alla responsabilità del collegio sindacale, dopo aver respinto il ricorso di un professionista coinvolto nell'istruttoria Consob sul caso Unipol/Sai Assicurazioni.

Non vengono ammessi alibi per evitare le responsabilità di controllo, quali la "valutazione dell'esperto indipendente", "l'erroneità e la fraudolenza delle informazioni ricevute dalla società". Tuttavia, il sindaco non può celarsi dietro "la progressiva mutazione del ruolo da compiti di verifica 'sul campo' a quelli di 'alta vigilanza'" sulla correttezza formale dei documenti.

Inoltre, la Corte spiega che la vigilanza dei sindaci impone "l'esercizio di un controllo sulla azione gestoria nel suo complesso, anche quando la complessa e articolata organizzazione aziendale preveda l'istituzione di specifiche funzioni di controllo e contabile interna".

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Volantini pubblicitari, no al divieto da parte dei Comuni

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L'introduzione dei volantini pubblicitari nelle cassette della posta dei condomini non può essere limitata dai Comuni. Lo ha deciso il Tar Piemonte (sentenza n. 742/2017) annullando le disposizioni del regolamento di polizia urbana che autorizzavano in un Comune piemontese la distribuzione di volantini con consegna a mano nelle cassette della posta soltanto in alcuni giorni della settimana, mentre vietavano di introdurli nelle cassette dove espressamente richiesto di non ricevere volantini. Ma, stando alla decisione del Tar Piemonte, l'amministrazione comunale non dispone di poteri autorizzatori sull'attività di distribuzione materiale pubblicitario. Il motivo di tale scelta riguarda il carattere dell'attività: libera, come la generalità dei servizi resi da privati.

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Dichiarazione di rinuncia al lavoro autonomo e rimborsi al sindaco

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La Corte dei Conti, con delibera 118/2017, sezione di Controllo Abruzzo, chiarisce il punto relativo all'applicazione nei Comuni dell'articolo 86 Tuel, relativo al rimborso dei contributi minimi previsti dal Dm del 2005, anche in assenza della dichiarazione circa l'interruzione dell'attività professionale svolta residualmente rispetto all'attività di sindaco. Nello specifico, si chiarisce il tema relativo alla dichiarazione necessaria relativa ai contributi versati alla Cassa forense e il loro utilizzo a fini pensionistici.

La differenza tra l’Amministratore lavoratore dipendente e l’Amministratore lavoratore autonomo sta nella dichiarazione espressa dello stesso di rinuncia all’espletamento dell’attività di lavoro autonomo. L’obiettivo è assicurare che l’incarico sia svolto nella medesima condizione prevista per i lavoratori dipendenti. Si tratta della possibilità garantita al soggetto che si avvale della prerogativa prevista dall’articolo 86, comma 2 del Tuel, di svolgere il proprio incarico di Amministratore in via esclusiva e con il pagamento da parte dell’Ente locale di un corrispettivo corrispondente a una somma forfetaria annuale per oneri assistenziali, previdenziali e assicurativi da versare ai rispettivi istituti.

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Tar Veneto: appalti, ok accesso immediato a documenti amministrativi

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Un'ordinanza, la n. 512/2017 della prima sezione del Tar Veneto, chiarisce la disciplina prevista in tema di accesso agli atti, specie per quel che riguarda il profilo applicativo.

La questione affrontata dal Tar riguarda la procedura aperta per la conclusione di quattro accordi quadro per l'affidamento di "attività di pronto intervento, diurno e notturno, feriale e festivo, nonché realizzazione di lavori di manutenzione straordinaria di reti, allacciamenti ed accessori di acquedotto e fognatura". Nello specifico, alla ricorrente veniva opposto il rifiuto alla sua richiesta di prendere conoscenza ed estrarre una copia della documentazione amministrativa di una Ati partecipante alla competizione.

Richiamando l'articolo 53, comma 2 lettera c) del codice dei contratti, il Responsabile unico del procedimento (Rup) rigettava la richiesta, specificando che l'accesso alle offerte può essere differito fino all'adozione dl provvedimento di aggiudicazione. In realtà, come ha ritenuto il giudice, la decisione del Rup determina una scorretta interpretazione della disposizione codicistica, secondo la quale è ammesso il differimento solo relativamente all'offerta (tecnico/economica) e non alla documentazione amministrativa, da verificare nella fase di ammissione alla gara e in seduta pubblica.

Pertanto, secondo il parere del giudice, la decisione di rigettare l'istanza di accesso agli atti relativamente alla documentazione amministrativa entra in contrasto con gli obblighi di trasparenza (articolo 29 del codice) e con il comma 3 dell'articolo 76.

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