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Buche, quando al Comune non spetta pagare il danno

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Una sentenza della Corte d'appello di Milano chiarisce quali sono i casi in cui non ricade sull'amministrazione comunale la responsabilità di incidenti causati da irregolarità del manto stradale o del marciapiede.

Nel caso specifico, la Corte d'appello di Milano, con sentenza n. 527/2017 ha chiarito la situazione relativa a un pedone che era caduto dopo aver messo il piede in una grossa buca sul marciapiede procurandosi lesioni permanenti con la rottura del quinto metacarpo della mano destra, ritenendo non configurabile la responsabilità del Comune per violazione del precetto che regola la responsabilità civile da fatto illecito, come stabilito dall'articolo 2043 del Codice civile.

La Corte spiega che l'ente custode della sede viaria viene condannato solo nel caso in cui si dimostri l'obiettiva condizione di pericolo occulto, situazione che «deve essere necessariamente caratterizzata dal doppio requisito della non riconoscibilità oggettiva del pericolo e della non prevedibilità subiettiva del pericolo stesso, non facilmente evitabile con l’adozione della ordinaria diligenza».

Ad esempio, indici di valutazione della condotta del pedone saranno, oltre alla sua ordinaria diligenza, l'ampiezza della buca sul manto stradale e la sua visibilità in presenza di luce naturale.

La sentenza conclude che «tanto nel caso in cui si deduca una responsabilità dell’amministrazione ai sensi dell’articolo 2043 del Codice civile, tanto in quello in cui possa ravvisarsi una responsabilità oggettiva ai sensi dell’articolo 2051 del Codice civile, l’esistenza di un comportamento colposo dell’utente danneggiato esclude la responsabilità dell’amministrazione medesima, qualora si tratti di un comportamento idoneo a interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso».

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Consiglio di Stato: l'esclusione da una gara e l'applicazione dell'articolo 80 del Codice appalti

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Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 1955/2017 chiarisce che l'esclusione da una gara non può essere legata a una precedente risoluzione contrattuale per gravi illeciti professionali, se il relativo giudizio è ancora pendente.

Il Consiglio precisa che l'articolo 80 (al comma 5, lettera c, del Dlgs 18 aprile 2016, n. 50) prevede che tra le cause di estromissione dei partecipanti a una gara vi siano motivi legati a "gravi illeciti" professionali, ma nega l'esclusione automatica di un concorrente nel caso in cui non sia definitivo il giudizio sulla contestazione di una risoluzione contrattuale pronunciata nei confronti dell'impresa in un rapporto precedente con la Pa.

Tali illeciti dovrebbero riguardare, tuttavia, "significative carenze nell'esecuzione di un precedente contratto di appalto o di concessione che ne hanno causato la risoluzione anticipata".

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Enti locali, il pareggio di bilancio entro domani

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Gli enti locali dovranno produrre entro domani i risultati del pareggio di bilancio 2016. L'obiettivo del raggiungimento del pareggio di bilancio deve essere certificato dai revisori. La mancata sottoscrizione comporta il mancato rispetto del pareggio di bilancio dell'esercizio 2016 e, pertanto, sarà soggetto alle sanzioni previste dalle norme.

Diversamente, una mancata certificazione del pareggio deve essere accompagnata da motivazioni. Gli enti sono tenuti, quindi, ad adempiere seguendo massima tutela, onde evitare di incorrere nelle sanzioni previste dalle norme.

Cassazione, no evasione per chi paga in tempo

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Stando all'ultima riforma fiscale non è punibile il contribuente che pur avendo evaso le imposte abbia pagato il debito con l'Erario prima della conclusione del processo a suo carico.

È quanto emerge dalla sentenza n. 11417 del 9 marzo 2017 della Corte di Cassazione con la quale è stato assolto con formula piena un imprenditore milanese accusato di evasione contributiva. Le cause di non punibilità che la riforma introduce nell'ordinamento sono applicabili ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del dlgs 158 del 2015.

La diversa natura assegnata al pagamento del debito tributario comporta che nel procedimento in corso, anche se sia stato oltrepassato il limite temporale di rilevanza previsto dalla norma, l'imputato è da considerare nelle medesime condizioni fondanti l'efficacia della causa estintiva.

Tari, riduzione per interruzione raccolta rifiuti

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È possibile richiedere la riduzione della Tari se il servizio di gestione dei rifiuti sia stato caratterizzato da una interruzione, a prescindere dalla prova che il contribuente abbia realmente subito un danno diretto.

Lo stabilisce la Ctp di Vibo Valentia (931/2/2016) in relazione al caso di un contribuente che aveva ricevuto un avviso di pagamento con cui il comune contestava maggiore Tari per l'anno 2014. Il contribuente, contestando l'atto della Ctp, sosteneva di avere diritto alla riduzione del tributo al 20% del dovuto, appellandosi all'articolo 37 del regolamento Luc e all'articolo 1, legge 147/2013. La motivazione sostenuta dal contribuente era legata allo stato di emergenza del territorio comunale a causa di un collasso del sistema raccolta e gestione dei rifiuti. Il degrado legato all'accumulo di tonnellate di rifiuti aveva provocato il proliferare di insetti, ratti e relative esalazioni.

L'emergenza avrebbe causato un concreto pericolo di danni alla salute pubblica, come documentato dall'Autorità sanitaria. Di qui il presupposto per ottenere la riduzione.

Il Comune, invece, negava l'accaduto sostenendo che non ci fosse stata alcuna interruzione e che tramite un'ordinanza comunale era stato prescritta la raccolta coattiva.

La Ctp di Vibo, accogliendo il ricorso del contribuente, in quanto la normativa prevede che il diritto del contribuente alla riduzione del tributo ricorrere in due condizioni alternative: 1 il mancato svolgimento del servizio o lo svolgimento in grave violazione della disciplina di riferimento; 2 l'interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione di danno o pericolo per persone o ambiente. Al verificarsi anche di uno solo di tali presupposti, le utenze coinvolte hanno diritto a una riduzione dell'importo pari almeno all'80 per cento.

Enti locali, recupero credito entro 5 anni

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E' soggetto al termine di prescrizione di cinque anni il recupero del credito riguardante la tassa rifiuti. La motivazione è legata al fatto che si tratta di una prestazione periodica a carico del contribuente.

Oltre il termine di cinque anni, quindi, le azioni esecutive esperite da Equitalia o da altri soggetti incaricati dalle amministrazioni comunali che riscuotono a mezzo ingiunzione. Il provvedimento di fermo amministrativo emanato oltre i cinque anni è illegittimo. Il breve termine di prescrizione si applica a tutti i contributi ed entrate locali che si pagano ad anno o a frazione di anno. Lo ha dichiarato la Ctr di Roma, con la sentenza n. 47 del 17 gennaio 2017.

Relativamente al caso specifico, tra la notifica della cartella Tarsu e il provvedimento di fermo dell'autovettura erano trascorsi più di 5 anni senza che l'esattore avesse emanato medio tempore un'intimazione di pagamento.

Stando a quanto espresso dai giudici d'appello, in questo caso non si può invocare il termine di prescrizione di prescrizione decennale, in quanto trattandosi di prestazione periodica va applicata la regola contenuta nell'articolo 2948 del codice civile, secondo cui il termine per recuperare il credito si riduce a 5 anni per tutto ciò che si paga periodicamente ad anno o in termini più brevi.

Per fermare il termine quinquennale è necessario notificare al debitore un atto interruttivo della prescrizione, che blocchi il suo decorso e lo faccia ripartire da zero. Peraltro l'articolo 50, comma 2, del dpr 602/1973 obbliga Equitalia o il concessionario della riscossione, dopo un anno dalla notifica della cartella o dell'ingiunzione, a emanare un'intimazione al debitore prima di avviare le procedure esecutive.

Tar Lazio: bocciato il provvedimento sui fondi 2015

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Il Tar Lazio ha pubblicato una serie di sentenze con le quali ha accolto tre ricorsi sul tema del decreto fondi 2015. I primi due ricorsi erano stati presentati dal Comune di Padova e da un gruppo di enti del trevigiano, il terzo dal Comune di Cotronei, in Calabria.

Le critiche al provvedimento riguardano innanzitutto una questione di calendario: il decreto con la ripartizione dei fondi, stando a quanto dichiarato dai giudici amministrativi, è arrivato in Gazzetta Ufficiale il 5 ottobre dello stesso anno, quindi troppo tardi per consentire agli enti locali una programmazione corretta dei loro bilanci.

La battaglia tra Governo e Comuni sulle scadenze per i bilanci pare destinata a proseguire. Per quest'anno il termine è stato fissato al 31 marzo, i dati sui fondi comunali sono già stati pubblicati dal Viminale, ma necessitano di un correttivo sui criteri di ripartizione, atteso nel decreto enti locali.


Tar Lazio: parere gestione associata piccoli Comuni

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Con ordinanza n. 1027 del 20 gennaio scorso, il TAR Lazio ha sollevato la questione di legittimità costituzionale degli obblighi di gestione associata delle funzioni fondamentali dei piccoli Comuni, introdotti dalla 'Legge Calderoli'.

Per i Comuni sotto i 5 mila abitanti, il principio messo in discussione è quello che impone di gestire le loro funzioni fondamentali (tra cui interventi di protezione civile, gestione rifiuti, polizia locale) mediante alleanze che comprendano almeno 10 mila residenti.

Gli Enti ricorrenti sono i Comuni campani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti, per i quali trova applicazione la disciplina che detta le disposizioni "dirette ad assicurare il coordinamento della finanza pubblica e il contenimento delle spese per l’esercizio delle funzioni fondamentali dei comuni”, imponendo ai Comuni di dimensioni minori l’obbligo di esercizio associato delle funzioni fondamentali, come dalla legge individuate.


Scioglimento enti locali: quando gli amministratori non possono più candidarsi

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L'istituto dello scioglimento degli enti locali per infiltrazioni mafiose vedeva con la l. n. 94 del 2009 l'incandidabilità degli amministratori ritenuti responsabili della dissoluzione dell'ente.

Come regolato dall'art. 143, c. 11, dell'art. 143 TUEL, gli amministratori ritenuti responsabili delle condotte che hanno causato lo scioglimento non possono essere candidati alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circostanziali, che si svolgono nella regione in cui si trova l'ente interessato dallo scioglimento. Il vincolo è relativo al primo turno elettorale successivo allo scioglimento stesso.

Per l'incandidabilità, il Ministro dell'Interno invia al tribunale competente per territorio la proposta di scioglimento (come stabilito dal comma 4). Il tribunale di competenza valuta "la sussistenza degli elementi di cui al comma 1 con riferimento agli amministratori indicati nella proposta stessa. Si applicano, in quanto compatibili, le procedure di cui al libro IV, titolo II, capo VI, del codice di procedura civile".

La misura è legata all'esigenza di porre rimedio alla mancanza nella vecchia normativa che non impediva agli amministratori coinvolti nelle ingerenze criminali nell'ente di ripresentarsi alle elezioni successive allo scioglimento. L'incandidabilità risponde, pertanto, alle "esigenze di una maggiore individualizzazione degli effetti del provvedimento, da indirizzare prioritariamente ai responsabili del degrado dell'ente".

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