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Amministratori srl, responsabilità solo in caso di danno

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A far scattare la responsabilità degli amministratori della società non basta l'inosservanza dei doveri imposti dalla legge e dall'atto costitutivo.

È necessario, piuttosto, che la condotta abbia causato un danno concreto al patrimonio sociale. Il Tribunale di Roma lo stabilisce in una sentenza dello scorso 17 ottobre.

Nel caso oggetto della sentenza, la socia di una Srl aveva contestato a un ex amministratore unico alcune violazioni degli obblighi previsti dalla legge: dalla scorretta redazione del bilancio al conflitto di interessi per la partecipazione a una società concorrente; dall'omessa redazione del resoconto di gestione al mancato passaggio di consegne al liquidatore.

La socia ha, quindi, chiesto la condanna dell’ex amministratore al risarcimento del danno provocato alla società, nella misura accertata «in corso di causa, anche in via equitativa». Dal canto suo, l’amministratore ha chiesto il rigetto della pretesa risarcitoria.

Nel respingere la domanda, il Tribunale afferma, innanzitutto, che nei giudizi di responsabilità verso gli amministratori (articolo 2476 del Codice civile) l’attore non si può limitare a prospettare un inadempimento, ma deve «provare, sia pure ricorrendo a presunzioni, l’esistenza di un danno concreto» e cioè un «depauperamento del patrimonio sociale» dovuto all’azione dell’ amministratore. In mancanza di questa prova, infatti, la pretesa risarcitoria sarebbe priva di oggetto.

Il giudice specifica, inoltre, che la mancata o non corretta tenuta della contabilità "costituisce un inadempimento" dei doveri degli amministratori. Tuttavia, ciò non implica una responsabilità civile a carico degli stessi amministratori, tenuto conto che «tale inadempimento non può dirsi, in assenza di altri elementi che devono essere allegati e provati dall’attore, causa di un danno per la società».

In definitiva, il Tribunale ha escluso i presupposti per la condanna a un risarcimento. Infine, le spese di lite sono state poste a carico dell'attrice.

Consiglio di Stato: il Comune può vietare gonfaloni pubblicitari per sicurezza pubblica

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Il Comune può eliminare dal regolamento degli impianti pubblicitari utilizzabili sul territorio comunale se ritiene che la modalità di utilizzo di uno specifico mezzo pubblicitario da parte di un'impresa privata possa mettere a repentaglio la sicurezza pubblica. La delibera non necessita di motivazione in quanto si tratta di una decisione presa a tutela di un interesse generale.

Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 4794/2016 ribadisce il principio di prevalenza delle ragioni di interesse pubblico rispetto al diritto soggettivo all'esercizio dell'iniziativa economica privata. Conformemente al dettato costituzionale, secondo cui l'iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», la direttiva europea conferma che la liberalizzazione dell'attività di impresa può essere limitata solo per motivi imperativi di interesse generale, tra cui la «pubblica sicurezza» e la «sicurezza stradale». Non si tratta quindi di un diritto soggettivo assoluto, ma di un'attività che ben può cedere a fronte dei detti interessi generali. Ciò vale a maggior ragione se l'impedimento non interferisce in termini generali sull'esercizio dell'attività economica, ma soltanto su una particolare modalità di esecuzione, come nel caso in cui si stabiliva che i pali dell'illuminazione non potessero essere utilizzati per l'installazione di "gonfaloni" pubblicitari. A ciò si aggiunga che se l'ente è titolare degli impianti, è nel suo pieno potere stabilire quale uso farne fare ai terzi, come ad esempio escludere l'utilizzo dei pali per il sostegno dei "gonfaloni" pubblicitari, considerato anche che tale funzione è del tutto estranea a quella propria dei pali dell'illuminazione.

Secondo l'organo giudicante infine l'amministrazione locale non può, malgrado la riconosciuta sussistenza delle ragioni generali di sicurezza, essere poi obbligata ad operare comunque un bilanciamento tra l'esigenza generale di sicurezza e l'iniziativa economica degli interessati. Deve essere l'imprenditore privato a procurarsi i mezzi e le risorse per la propria attività, senza gravare sull'amministrazione pubblica o imporre l'utilizzo di risorse pubbliche per favorire la sua impresa. Non è ipotizzabile che il Comune possa addirittura farsi carico di verificare l'operatività di nuove soluzioni tecniche per favorire l'iniziativa economica privata. Una pretesa del genere non ha base giuridica e si configura come un'inammissibile ed irragionevole subordinazione della gestione del patrimonio pubblico a quello privato imprenditoriale.

Cassazione: la prescrizione lunga per i ruoli è valida solo con sentenza

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Il diritto di credito contenuto in una sentenza passata in giudicato si prescrive in dieci anni, mentre la mancata impugnazione di un qualunque atto impositivo non comporta l'allungamento del termine prescrizionale. Ad affermare questi importanti principi sono le Sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza 23397, che potrebbero avere rilevanza anche ai fini della valutazione della rottamazione dei ruoli.

Nell'ordinanza oggetto della sentenza, i giudici di legittimità hanno rinviato la decisione alle Sezioni unite. La questione era così legata all'interpretazione dell'art. 2953 del Codice civile, con riguardo all'operatività o meno della "conversione" del termine di prescrizione breve in ordinario decennale, in seguito alla mancata impugnazione di atti di riscossione riferiti sia a contributi previdenziali, sia più in generale a qualunque entrata tributaria statale, comunale e provinciale, ed anche con riguardo alle sanzioni amministrative. In sostanza, il dubbio riguardava il termine prescrizionale del credito contenuto in un atto non impugnato dal contribuente.

Sia la cartella di pagamento sia gli altri titoli che legittimano la riscossione coattiva, ivi compreso anche l'accertamento esecutivo, non sono idonei ad acquistare efficacia di giudicato. L'assenza dell'impugnazione nei termini previsti può comportare, infatti, solo l'irretrattabilità del credito contenuto nel provvedimento, ma non automaticamente la trasformazione del termine prescrizionale.

Consiglio di Stato: divorzi e separazioni più agevoli in Comune

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Sarà più semplice l'iter per le separazioni e i divorzi con accordi economici presso i Comuni, come stabilisce il Consiglio di Stato con la sentenza del 26 ottobre n. 4478. Gli accordi non dovrebbero attuare, però, quel «trasferimento patrimoniale» (soprattutto di immobili) che l'articolo 12 del Dl 132/2014 vieta agli ufficiali di stato civile.

Il giudice amministrativo si pronuncia sulla differenza tra accordi di contenuto economico e patti patrimoniali, ponendo fine al contrasto tra chi intende tutelare il soggetto più debole della coppia (vietando, in Comune, qualsiasi accordo economico) e chi prende atto della necessità fisiologica di accordi economici in occasione di separazioni e divorzi. I ministeri dell'Interno e della Giustizia, con circolare 6/2015, consentono di separarsi o divorziare in Comune purché non vi siano «patti di trasferimento patrimoniale», lasciando all'ufficiale di stato civile separazioni e divorzi con gli usuali accordi relativi a versamenti periodici di danaro.

Secondo i ministeri, in Comune e senza avvocato si può concordare l'assegno di mantenimento nella separazione consensuale e l'assegno divorzile nella richiesta congiunta di cessazione degli effetti civili (per i matrimoni religiosi) o scioglimento del matrimonio (per quelli civili). In Comune, si può concordare tali assegni, modificarli e revocarli: sono rapporti obbligatori che non producono effetti traslativi (passaggio di proprietà) su beni determinati.

È quindi possibile separarsi e divorziare in Comune con accordi sull'affidamento di un animale domestico o su beni mobili.

Restano preclusi, in Comune, gli accordi (ex articolo 5, comma 8, legge 898/1970) sulla corresponsione in unica soluzione dei medesimi assegni, perché tale liquidazione non è più modificabile e definisce irreversibilmente gli interessi: di qui la necessità di una mediazione assistita o di un giudizio. Inoltre, divorzi e separazioni in Comune non possono prevedere trasferimenti immobiliari (passaggi di proprietà), accordi di particolare rilevanza socio-economica che esigono valutazioni di equilibrio tra le parti ottenibili solo con forme più rigide: mediazione assistita e presenza di legali.

Cassazione: meno Ici su terreno requisito dal Comune

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Con la sentenza n. 21158, la Cassazione ha stabilito che la requisizione di un terreno da parte dell'amministrazione comunale non esime il proprietario dal pagamento dell'Ici, in quanto tale provvedimento d'urgenza non determina il definitivo spossessamento del bene. Tuttavia, gli effetti dell'atto ablatorio devono essere presi in considerazione per la determinazione del valore dell'immobile su cui viene calcolata l'imposta.

I giudici hanno precisato che la requisizione del terreno da parte dell'amministrazione non ha fatto venir meno il presupposto impositivo dell'imposta, ovvero il «possesso del cespite fino alla data di espropriazione e di trasferimento del bene». La requisizione, infatti, non priva il proprietario del possesso dell'immobile, non determinando così l'esenzione dal pagamento dell'Ici, possibile invece solo in caso di «definitivo spossessamento del bene».

Ferma restando la legittimità dell'imposta, tuttavia, in caso di requisizione del bene la determinazione del valore commerciale, quale base per calcolare l'imposta dovuta, non può non tener conto delle conseguenze che tale provvedimento provoca sul bene. La Corte ha ripreso i giudici tributari, rei di aver omesso di verificare, come chiesto dal proprietario dei terreni, la rispondenza del valore determinato dal Comune con i criteri indicati dall'articolo 5, comma 5, del Dlgs 504/1992, tra cui anche il valore in comune commercio e la destinazione d'uso consentita.

Tar, per appalti sottosoglia valido principio di rotazione

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Il Tar Friuli Venezia Giulia, sezione I, con la sentenza n. 419 del 4 ottobre 2016 ha per la prima volta preso in esame le disposizioni che disciplinano il principio nell'ambito dell'articolo 36 del Dlgs n. 50/2016, analizzando il ricorso presentato da un'impresa che era risultata affidataria per un anno di un servizio strumentale all'organizzazione di manifestazioni culturali (allestimento palchi) e che non era stata invitata alla procedura sul Mepa per l'affidamento del servizio dell'anno successivo.

L'amministrazione aveva invitato alla selezione con richiesta di offerta un certo numero di operatori economici, ma non aveva incluso l'operatore economico precedentemente affidatario (operante nelle stesse aree e con il precedente servizio correttamente svolto), applicando il principio di rotazione come specificato nella lettera di invito.

L'impresa precedente affidataria aveva richiesto di essere invitata, senza ottenere alcun riscontro in merito.

Il Tar friulano si è espresso  in applicazione del principio declinato nelle disposizioni del codice dei contratti pubblici, trovando applicazione l'articolo 36, comma 1 del Dlgs n. 50/2016 il quale prevede espressamente il rispetto del principio di rotazione.

La sentenza evidenzia come si tratti di una norma speciale relativa alle gare sotto soglia, che prevale sulla normativa delle gare in generale.

Le disposizioni del nuovo codice dei contratti regolanti gli affidamenti sottosoglia evidenziano l'applicazione del principio di rotazione come misura finalizzata a consentire agli operatori economici adeguate chance di risultare aggiudicatari, limitando la possibilità di coinvolgimento ulteriore degli operatori già affidatari.

L'applicazione della norma secondo il Tar friulano deve seguire tale impostazione, poiché riconoscendo la legittimità della clausola di rotazione nelle gare per affidamenti sottosoglia, sancisce che il mancato invito al precedente affidatario risulta legittimo e conforme alla legge di gara.


Comuni, da rendere conto l'utilizzo di finanziamenti regionali straordinari

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Con la sentenza n. 716 dell’ 8 settembre 2016, la I Sezione del Tar Sardegna ha affermato che la Regione che eroga finanziamenti straordinari al Comune può richiedere, legittimamente, la rendicontazione dell’utilizzo degli stessi.

Secondo i principi di contabilità pubblica, infatti, il soggetto che riceve finanziamenti deve dar conto della gestione delle risorse assegnate.

Nel caso di specie, la Regione, sulla base di una legge regionale del 2005 - la quale stabilisce che laddove ricorrano esigenze di particolare urgenza e inderogabilità riferite all'affidamento di minori e di anziani disposti dall'autorità giudiziaria o di minori stranieri non accompagnati, l'Assessorato regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale è autorizzato ad erogare finanziamenti straordinari ai comuni - aveva in effetti erogato dei fondi, chiedendone poi la rendicontazione all'ente locale percipiente. Quest'ultimo insorgeva, proponendo ricorso al Tar.

Un duplice principio quello fissato dai giudici amministrativi sardi: da un lato, la richiesta certificazione della spendita dei finanziamenti pubblici è un presupposto essenziale per il controllo del corretto andamento dell’amministrazione, e quindi si rifà immediatamente all'articolo 97 della Costituzione, e, dall'altro, la mancata rendicontazione, come era ovvio, ha determinato l’impossibilità di inserire il Comune in oggetto in ulteriori piani di finanziamento, essendo questa esclusione atto dovuto, da imputarsi a responsabilità del Comune.

Danno d'immagine alla Pa, quando il dipendente ne risponde

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La Corte dei Conti con sentenza del 22 agosto 2016, n. 640, ha stabilito che a seguito di sentenza irrevocabile di condanna per delitti contro la Pubblica Amministrazione il dipendente pubblico non può invocare come esimente la scarsa rilevanza dell'incarico rivestito nell'Ente pubblico. Inoltre, il dipendente non può appellarsi neanche al ruolo marginale rivestito nella vicenda per sottrarsi al giudizio di responsabilità amministrativo-contabile.

Secondo quanto stabilito dal Collegio, gli elementi ritenuti rilevanti in relazione all'an e al quantum del danno all'immagine sono i seguenti: la posizione funzionale dell'autore dell'illecito; la sporadicità o la continuità o la reiterazione dei comportamenti illeciti; l'entità del denaro ricevuto; l'impressione negativa dell'opinione pubblica, tanto da suscitare sfiducia nei confronti dell'ente; l'attività dell'ente, organo, ufficio del datore del danno.

Ctr Lazio, gli appelli non sono ammessi senza motivi ad hoc

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La Commissione tributaria regionale del Lazio ha reso noti, con la sentenza n. 4329/16, i casi in cui l'appello è inammissibile precisando come il ricorso di primo grado sia l'impugnazione di un atto amministrativo e i relativi vizi dello medesimo atto; mentre il giudizio di secondo grado è l'impugnazione di una sentenza in cui le censure devono essere rivolte contro quest'ultima e non contro l'atto originario impugnato.

La Commissione regionale della Capitale precisa che «la ricorrente deve rivolgere, in appello, le proprie contestazioni alla sentenza di primo grado e, dunque, deve specificare nel dettaglio le ragioni in base alle quali la ritiene pronunciata in modo erroneo, i motivi di appello sono critiche alla sentenza della Commissione provinciale e non una semplice riproposizione dei motivi dedotti in primo grado».

Inoltre, una riproposizione dei motivi, di accertamento o ricorso, può essere giustificata solo quando manchi una espressa ponderazione degli stessi da parte del giudice di primo grado. Il Collegio ha specificato, inoltre, che la mera riproposizione è ammessa solo nel caso in cui il primo giudice non abbia esaminato i motivi o li abbia disattesi con argomentazioni inconferenti, «in tali casi il ricorrente deve contestare la mancanza o la non pertinenza della motivazione».

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