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Cassazione, dal committente controllo sicurezza dei lavori

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Durante la fase dei lavori che segue ai contratti di appalto di prestazione d'opera, il committente, oltre al datore di lavoro, ha il dovere di garantirne la sicurezza.

La Corte di Cassazione, con sentenza 35185/2016, stabilisce che tale principio non ha, tuttavia, un'applicazione automatica, in quanto il committente non avrebbe la possibilità di esercitare un controllo pressante e continuo sull'organizzazione dei lavori. Pertanto, al fine di configurare la responsabilità del committente è necessario, ad ogni modo, verificare in concreto qual è stata l'incidenza della sua condotta nel verificarsi dell'evento e tenendo conto della specificità dei lavori da seguire.

La decisione è stata presa in seguito all'avvenimento che ha visto la condanna dei proprietari di un fabbricato per un incidente mortale verificatosi nel corso di un contratto di prestazione d'opera. Secondo quanto accertato dai giudici di merito, i committenti erano consapevoli dell'assenza di qualsiasi struttura idonea ad evitare un pericolo di caduta. Nella fase di scelta del soggetto cui affidare i lavori, la Corte ha deciso, quindi, che il committente ha l'obbligo di verificare l'idoneità tecnico-professionale dell'impresa e dei lavoratori autonomi in relazione agli incarichi affidati mediante l'iscrizione alla Camera di commercio, a fronte della presentazione di documenti connessi con la materia di sicurezza.

Appalti, bocciatura Anac e revoca affidamenti

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La Pa non può motivare la revoca in autotutela per l'aggiudicazione definitiva dell'appalto con la bocciatura ex post dell'Anticorruzione che ha segnalato la mancata indicazione degli oneri di sicurezza da parte dell'aggiudicataria. Tale motivazione è «insufficiente» a giustificare un interesse pubblico, una rivalutazione di quest'ultimo o un cambiamento imprevedibile al momento dell'aggiudicazione.

È quanto stabilito dal Tar di Campobasso, che con la sentenza n. 290/2016 si è espressa in favore di un'impresa di costruzioni a cui un consorzio di bonifica aveva revocato l'appalto revocato l'appalto di lavori su un sistema di condotte idriche, a dieci mesi dall'aggiudicazione definitiva. La decisione era scaturita in seguito al parere negativo da parte dell'Anac, che aveva ritenuto illegittimo affidare una gara a un'offerta economica – in questo caso la più bassa - che non indicasse il costo della sicurezza.

Nel caso in esame era «mancata del tutto» la specifica motivazione dell'interesse pubblico poiché «non si può comprendere in che modo il decorso di dieci mesi senza porre in essere alcuna attività amministrativa e la successiva revoca dell'aggiudicazione possano favorire la salvaguardia del finanziamento pubblico delle opere appaltate», considerando che non era possibile nemmeno ricorrere all'annullamento d'ufficio (articolo 21-octies della legge 241/1990) poiché l'autotutela, a distanza di non poco tempo dall'aggiudicazione, va provata con un interesse pubblico diverso dal mero ripristino della legge e pur sempre concreto.

Ciò determina, pertanto, che la sola bocciatura dell'Anac non giustifica la revoca dell'affidamento.

Codice appalti, la moralità vale per tutti i soggetti

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Nelle società con meno di quattro soci, la moralità professionale va "certificata" dichiarando le condanne subite da tutti i soggetti che hanno potere di influenza sull'impresa. Questo è utile, in quanto obbligando alla trasparenza solo i partecipanti con soci persone fisiche si violerebbe il principio della par condicio che va assicurato a tutti i concorrenti.

È quanto stabilito dal Consiglio di Stato, con sentenza 2813/2016, bocciando il ricorso di una società che era stata esclusa da una gara per l'affidamento di un servizio di igiene urbana in un comune. Nella società in questione risultavano a carico del presidente e del vicepresidente del Cda della stessa condanne penali definitive per il reato di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi.

Secondo la ricorrente, le condanne non incidevano sulla propria moralità professionale in quanto la stazione appaltante avrebbe dovuto attenersi all'interpretazione letterale del Codice appalti secondo cui in questi casi «l’esclusione e il divieto operano se la sentenza o il decreto sono stati emessi nei confronti… degli amministratori muniti di potere di rappresentanza o del direttore tecnico o del socio unico persona fisica, ovvero del socio di maggioranza in caso di società con meno di quattro soci, se si tratta di altro tipo di società o consorzio».

I giudici hanno confermato la pronuncia di primo grado, dando ragione al Comune, e hanno spiegato che la tesi di dichiarare solo le condanne definitive inflitte a soci persone fisiche «non è ragionevole ed anche priva di razionale giustificazioni».

La disposizione del Codice appalti non è invocabile nel caso di sentenze definitive che facciano riferimento alla persona fisica se, come in questo caso, l'impresa non ha un socio unico, ma è partecipata anche da altri soggetti seppur in minima parte.

Il Consiglio di Stato ha sottolineato il principio secondo il quale in assenza di dettami specifici del legislatore, prevale l’«approccio sostanzialistico» per cui i requisiti di moralità incombono su tutti coloro che influenzano le scelte di chi poi stipula i contratti con la Pa.

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Ctr Lazio, quando la mancata risposta della Pa è illegittima

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La mancata risposta da parte di un'amministrazione finanziaria alla richiesta di riesame avanzata dal contribuente è illegittima quando l'istanza non è palesemente infondata e la questione non è stata decisa con pronuncia irrevocabile. Lo ha stabilito la Ctr Lazio con sentenza 1765/2016 del 5 aprile.

Tale decisione è stata emanata in seguito alla vicenda relativa a un'intimidazione di pagamento da parte dell'Agenzia delle Entrate, che aveva chiesto a una donna di versare l'imposta relativa alla compravendita di un  immobile, dovuta dal suo coniuge deceduto.

L'atto era stato impugnato dalla donna, ma le Entrate avevano emesso ugualmente una cartella con cui chiedevano alla stessa il pagamento di 348 mila euro. Nel 2013, alla richiesta da parte della donna, coerede insieme al figlio, all'Agenzia delle Entrate di limitare la pretesa al 50% sostenendo che in materia tributaria gli eredi non sono responsabili in via solidale.

Alla mancata risposta dell'amministrazione a tale richiesta, sull'istanza si era formato il silenzio-rifiuto. La donna ha impugnato nuovamente il diniego chiedendo alla Ctp di dichiarare l'illegittimità dell'omessa risposta.

Il ricorso era stato respinto per effetto dell'esistenza del giudicato»; aveva, inoltre, escluso la possibilità di ridurre gli importi richiesti dall'ufficio, tenuto conto della «natura solidale dell'obbligazione» e della «definitività del titolo che la riguarda».

La Ctr ha, tuttavia, affermato che in materia di istanze contro il diniego di annullamento in autotutela, il ricorso è ammissibile solo per contestare la legittimità del rifiuto e non per porre in discussione la pretesa tributaria. La Ctr dichiara, quindi, l'illegittimità del silenzio-rifiuto e «rimette la decisione all'autorità amministrativa». È riconosciuto, pertanto, alla donna il diritto di ottenere una risposta dalla Pa.


Appalti pubblici, il Comune non può escludere un'impresa

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Le imprese che hanno un consistente debito tributario possono partecipare ad appalti pubblici, a patto che queste abbiano proposto ricorso d'urgenza al giudice ordinario contro il diniego di rateizzazione.

Lo hanno ribadito i giudici del Tar di Salerno con sentenza n. 1552 del 22 giugno 2016 esprimendosi in merito all'esclusione di un'impresa, che risultava avere un debito tributario per il quale aveva inutilmente chiesto la rateizzazione, da una gara comunale per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.

L'impresa che non sia fiscalmente in regola va, normalmente, esclusa come stabilito dall'art. 38, comma 1, lettera g, Dlgs 163/2006.

Arriva dal Tar Salerno il chiarimento circa l'impossibilità da parte di un ente pubblico di escludere dalle gare l'impresa che si veda negare una dilazione e si rivolga al giudice. Il Consiglio di Stato ha stabilito che il concetto di definitività del debito nell'ambito delle gare pubbliche dovrebbe essere chiarito al momento della scadenza del termine di presentazione dell'offerta.

Spetta alle Commissioni tributarie il giudizio avverso la rateizzazione del debito, con la pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione.

 

Tar Lazio, condominio ha diritto di accesso a documenti

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Il condominio ha diritto di accesso ai documenti amministrativi relativi a rilevazioni e monitoraggi effettuati dalla società che gestisce il servizio idrico delle fognature, in relazione a eventi di sversamento di acque nere.

È quanto ha stabilito il Tar Lazio, seconda sezione, con sentenza 3287 del 15 marzo. Il caso, nello specifico, riguarda un condominio che aveva promosso ricorso contro il silenzio del gestore della rete fognaria comunale all'istanza di accesso agli atti per il rilascio di copia delle rilevazioni dei monitoraggi e delle relazioni tecniche relativi a prolungati e ripetuti sversamenti di acque nere fuoriuscenti dal manto stradale antistante l'edificio condominiale.

Il ricorso fondato dal condominio, nella persona dell'amministratore, si basava nella necessità di conoscere il contenuto dei documenti con l'obiettivo di tutelare i propri diritti, legati al danno ingiusto che ne derivava dall'omessa manutenzione della rete fognaria comunale che aveva provocato gli sversamenti.

Il Tar ha specificato che l'interesse determinante l'istanza di accesso agli atti va inteso in senso ampio, perché la documentazione richiesta deve essere mezzo utile per la difesa dell'interesse giuridicamente rilevante.

Il giudice amministrativo si è occupato, tuttavia, di specificare che, ai sensi della legge 241/1990, per pubbliche amministrazioni si intendono tutti quei soggetti di diritto pubblico e di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse.

Il Tar Lazio ha, quindi, accolto il ricorso del condominio poiché era evidente l'interesse ad esaminare la documentazione richiesta con il fine di tutelare i propri diritti.


Ritardi certificati sul Patto, bloccati concorsi e assunzioni

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Il Comune che ha trasmesso in ritardo la certificazione alla Ragioneria generale dello Stato non può aggirare le sanzioni previste nell'anno successivo all'accertamento, pur avendo rispettato il Patto di stabilità.

Lo ha deciso la Corte dei conti della Puglia con la delibera 111/2016 della sezione di controllo, in risposta a un Comune che per l'esercizio 2015 aveva sì rispettato gli obiettivi di finanza pubblica, ma non era riuscito ad inviare il prospetto del saldo finanziario per via telematica entro il termine del 31 marzo, a causa di disguidi tecnici, ma solo cinque giorni dopo.

Nello stesso mese l'ente aveva concluso un concorso per personale apicale e aveva chiesto alla Corte in quale anno finanziario applicare il divieto di assunzione a qualsiasi titolo fissato dalla Legge di stabilità 2012 (articolo 31, comma 26, lettera d della legge 183/2011). In pratica l'esercizio in cui poter innovare l'organico come previsto dal piano annuale.

L'unica sanzione applicabile tra le cinque previste in caso di violazione del patto è il divieto di assunzione di personale a qualsiasi titolo, compresi i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, di somministrazione, i processi di stabilizzazione in corso e i contratti stipulati nell'ambito di contratti di servizio con privati.

Il controllo sul rispetto del Patto e relative sanzioni sono state confermate dalla stessa legge di stabilità 2016 ( comma 720 della legge 208/2015).


Corte Costituzionale, no spending review su Enti locali

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Con la sentenza n. 129/2016, la Corte Costituzionale ha bocciato il taglio incrementale di oltre 7,2 miliardi di euro di trasferimenti erariali, come stabilito dall'art. 16 del Dl n. 95/2012. In seguito alle contestazioni giunte dai comuni, la Corte costituzionale ha bocciato tale disciplina.

Le politiche statali di riduzione delle spese pubbliche, come ripetutamente assegnato dalla stessa Corte, possono incidere anche sull'autonomia finanziaria degli enti territoriali.

I procedimenti di collaborazione tra enti devono essere sempre corredati da strumenti di chiusura che consentano allo Stato di giungere alla determinazione delle riduzioni dei trasferimenti, al fine di garantire che l'obiettivo del contenimento della spesa pubblica sia raggiunto.

A parere del giudice, nella nozione di «consumi intermedi» possono rientrare le spese di funzionamento dell'apparato amministrativo, ma anche le spese sostenute per l'erogazione di servizi ai cittadini.

Dunque, ci trova difronte a un meccanismo destinato a far gravare oneri economici in misura maggiore sulle amministrazioni che erogano più servizi, a prescindere dalla loro virtuosità nell'impiego delle risorse finanziarie.

Il criterio delle spese sostenute per i consumi intermedi non è dunque illegittimo di per sé. La sua illegittimità deriva dall’essere parametro utilizzato in via principale anziché in via sussidiaria, vale a dire solo dopo infruttuosi tentativi di coinvolgimento degli enti interessati attraverso procedure concertate o in ambiti che consentano la realizzazione di altre forme di cooperazione.

La Corte ha dichiarato, pertanto, l'illegittimità costituzionale dell'art. 16, comma 6, del d.l. n. 95 del 2012, convertito con modificazioni dall'art. 1, comma 1, della legge n. 135 del 2012.

Cassazione, no Iva per cessione gratuita al Comune aree edificabili

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La Cassazione con sentenza numero 11344-16 della sezione quinta civile, depositata ieri, ha stabilito che la cessione gratuita al Comune di aree edificabili effettuata nell'esercizio d'impresa in esecuzione di un piano di lottizzazione non è componente positivo di reddito e non è imponibile Iva.

In assenza di corrispettivo e ai fini reddituali il valore può essere considerato quale onere correlato all'acquisizione di utilità.

Nello specifico, con tale sentenza la Cassazione è intervenuta nel caso Una Srl immobiliare che non aveva presentato per il 2004 l'Unico e dall'amministrazione le erano state accertate tra imposte e sanzioni quasi 5 milioni di euro.

Ma il ricorso della contribuente non si è fatto attendere sostenendo che ai fini reddituali le aree sono state cedute gratuitamente al fine di adempiere all'obbligo di dotare la superficie di di attrezzature pubbliche. Inoltre, ai fini Iva la cessione gratuita in esecuzione di una convenzione di lottizzazione non rileva. Al contrario, secondo l'amministrazione ai fini reddituali le aree che sono state cedute gratuitamente non possono costituire un costo deducibile.

I beni che escono dal ciclo imprenditoriale costituiscono un'operazione di cessione, ai fini Iva. Sempre ai fini Iva, la cessione gratuita al Comune di aree edificabili non è cessione di bene in base all'articolo 51 della legge 342 del 2000.

 

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