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Comuni, da rendere conto l'utilizzo di finanziamenti regionali straordinari

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Con la sentenza n. 716 dell’ 8 settembre 2016, la I Sezione del Tar Sardegna ha affermato che la Regione che eroga finanziamenti straordinari al Comune può richiedere, legittimamente, la rendicontazione dell’utilizzo degli stessi.

Secondo i principi di contabilità pubblica, infatti, il soggetto che riceve finanziamenti deve dar conto della gestione delle risorse assegnate.

Nel caso di specie, la Regione, sulla base di una legge regionale del 2005 - la quale stabilisce che laddove ricorrano esigenze di particolare urgenza e inderogabilità riferite all'affidamento di minori e di anziani disposti dall'autorità giudiziaria o di minori stranieri non accompagnati, l'Assessorato regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale è autorizzato ad erogare finanziamenti straordinari ai comuni - aveva in effetti erogato dei fondi, chiedendone poi la rendicontazione all'ente locale percipiente. Quest'ultimo insorgeva, proponendo ricorso al Tar.

Un duplice principio quello fissato dai giudici amministrativi sardi: da un lato, la richiesta certificazione della spendita dei finanziamenti pubblici è un presupposto essenziale per il controllo del corretto andamento dell’amministrazione, e quindi si rifà immediatamente all'articolo 97 della Costituzione, e, dall'altro, la mancata rendicontazione, come era ovvio, ha determinato l’impossibilità di inserire il Comune in oggetto in ulteriori piani di finanziamento, essendo questa esclusione atto dovuto, da imputarsi a responsabilità del Comune.

Danno d'immagine alla Pa, quando il dipendente ne risponde

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La Corte dei Conti con sentenza del 22 agosto 2016, n. 640, ha stabilito che a seguito di sentenza irrevocabile di condanna per delitti contro la Pubblica Amministrazione il dipendente pubblico non può invocare come esimente la scarsa rilevanza dell'incarico rivestito nell'Ente pubblico. Inoltre, il dipendente non può appellarsi neanche al ruolo marginale rivestito nella vicenda per sottrarsi al giudizio di responsabilità amministrativo-contabile.

Secondo quanto stabilito dal Collegio, gli elementi ritenuti rilevanti in relazione all'an e al quantum del danno all'immagine sono i seguenti: la posizione funzionale dell'autore dell'illecito; la sporadicità o la continuità o la reiterazione dei comportamenti illeciti; l'entità del denaro ricevuto; l'impressione negativa dell'opinione pubblica, tanto da suscitare sfiducia nei confronti dell'ente; l'attività dell'ente, organo, ufficio del datore del danno.

Ctr Lazio, gli appelli non sono ammessi senza motivi ad hoc

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La Commissione tributaria regionale del Lazio ha reso noti, con la sentenza n. 4329/16, i casi in cui l'appello è inammissibile precisando come il ricorso di primo grado sia l'impugnazione di un atto amministrativo e i relativi vizi dello medesimo atto; mentre il giudizio di secondo grado è l'impugnazione di una sentenza in cui le censure devono essere rivolte contro quest'ultima e non contro l'atto originario impugnato.

La Commissione regionale della Capitale precisa che «la ricorrente deve rivolgere, in appello, le proprie contestazioni alla sentenza di primo grado e, dunque, deve specificare nel dettaglio le ragioni in base alle quali la ritiene pronunciata in modo erroneo, i motivi di appello sono critiche alla sentenza della Commissione provinciale e non una semplice riproposizione dei motivi dedotti in primo grado».

Inoltre, una riproposizione dei motivi, di accertamento o ricorso, può essere giustificata solo quando manchi una espressa ponderazione degli stessi da parte del giudice di primo grado. Il Collegio ha specificato, inoltre, che la mera riproposizione è ammessa solo nel caso in cui il primo giudice non abbia esaminato i motivi o li abbia disattesi con argomentazioni inconferenti, «in tali casi il ricorrente deve contestare la mancanza o la non pertinenza della motivazione».

Cassazione, dal committente controllo sicurezza dei lavori

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Durante la fase dei lavori che segue ai contratti di appalto di prestazione d'opera, il committente, oltre al datore di lavoro, ha il dovere di garantirne la sicurezza.

La Corte di Cassazione, con sentenza 35185/2016, stabilisce che tale principio non ha, tuttavia, un'applicazione automatica, in quanto il committente non avrebbe la possibilità di esercitare un controllo pressante e continuo sull'organizzazione dei lavori. Pertanto, al fine di configurare la responsabilità del committente è necessario, ad ogni modo, verificare in concreto qual è stata l'incidenza della sua condotta nel verificarsi dell'evento e tenendo conto della specificità dei lavori da seguire.

La decisione è stata presa in seguito all'avvenimento che ha visto la condanna dei proprietari di un fabbricato per un incidente mortale verificatosi nel corso di un contratto di prestazione d'opera. Secondo quanto accertato dai giudici di merito, i committenti erano consapevoli dell'assenza di qualsiasi struttura idonea ad evitare un pericolo di caduta. Nella fase di scelta del soggetto cui affidare i lavori, la Corte ha deciso, quindi, che il committente ha l'obbligo di verificare l'idoneità tecnico-professionale dell'impresa e dei lavoratori autonomi in relazione agli incarichi affidati mediante l'iscrizione alla Camera di commercio, a fronte della presentazione di documenti connessi con la materia di sicurezza.

Appalti, bocciatura Anac e revoca affidamenti

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La Pa non può motivare la revoca in autotutela per l'aggiudicazione definitiva dell'appalto con la bocciatura ex post dell'Anticorruzione che ha segnalato la mancata indicazione degli oneri di sicurezza da parte dell'aggiudicataria. Tale motivazione è «insufficiente» a giustificare un interesse pubblico, una rivalutazione di quest'ultimo o un cambiamento imprevedibile al momento dell'aggiudicazione.

È quanto stabilito dal Tar di Campobasso, che con la sentenza n. 290/2016 si è espressa in favore di un'impresa di costruzioni a cui un consorzio di bonifica aveva revocato l'appalto revocato l'appalto di lavori su un sistema di condotte idriche, a dieci mesi dall'aggiudicazione definitiva. La decisione era scaturita in seguito al parere negativo da parte dell'Anac, che aveva ritenuto illegittimo affidare una gara a un'offerta economica – in questo caso la più bassa - che non indicasse il costo della sicurezza.

Nel caso in esame era «mancata del tutto» la specifica motivazione dell'interesse pubblico poiché «non si può comprendere in che modo il decorso di dieci mesi senza porre in essere alcuna attività amministrativa e la successiva revoca dell'aggiudicazione possano favorire la salvaguardia del finanziamento pubblico delle opere appaltate», considerando che non era possibile nemmeno ricorrere all'annullamento d'ufficio (articolo 21-octies della legge 241/1990) poiché l'autotutela, a distanza di non poco tempo dall'aggiudicazione, va provata con un interesse pubblico diverso dal mero ripristino della legge e pur sempre concreto.

Ciò determina, pertanto, che la sola bocciatura dell'Anac non giustifica la revoca dell'affidamento.

Codice appalti, la moralità vale per tutti i soggetti

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Nelle società con meno di quattro soci, la moralità professionale va "certificata" dichiarando le condanne subite da tutti i soggetti che hanno potere di influenza sull'impresa. Questo è utile, in quanto obbligando alla trasparenza solo i partecipanti con soci persone fisiche si violerebbe il principio della par condicio che va assicurato a tutti i concorrenti.

È quanto stabilito dal Consiglio di Stato, con sentenza 2813/2016, bocciando il ricorso di una società che era stata esclusa da una gara per l'affidamento di un servizio di igiene urbana in un comune. Nella società in questione risultavano a carico del presidente e del vicepresidente del Cda della stessa condanne penali definitive per il reato di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi.

Secondo la ricorrente, le condanne non incidevano sulla propria moralità professionale in quanto la stazione appaltante avrebbe dovuto attenersi all'interpretazione letterale del Codice appalti secondo cui in questi casi «l’esclusione e il divieto operano se la sentenza o il decreto sono stati emessi nei confronti… degli amministratori muniti di potere di rappresentanza o del direttore tecnico o del socio unico persona fisica, ovvero del socio di maggioranza in caso di società con meno di quattro soci, se si tratta di altro tipo di società o consorzio».

I giudici hanno confermato la pronuncia di primo grado, dando ragione al Comune, e hanno spiegato che la tesi di dichiarare solo le condanne definitive inflitte a soci persone fisiche «non è ragionevole ed anche priva di razionale giustificazioni».

La disposizione del Codice appalti non è invocabile nel caso di sentenze definitive che facciano riferimento alla persona fisica se, come in questo caso, l'impresa non ha un socio unico, ma è partecipata anche da altri soggetti seppur in minima parte.

Il Consiglio di Stato ha sottolineato il principio secondo il quale in assenza di dettami specifici del legislatore, prevale l’«approccio sostanzialistico» per cui i requisiti di moralità incombono su tutti coloro che influenzano le scelte di chi poi stipula i contratti con la Pa.

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Ctr Lazio, quando la mancata risposta della Pa è illegittima

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La mancata risposta da parte di un'amministrazione finanziaria alla richiesta di riesame avanzata dal contribuente è illegittima quando l'istanza non è palesemente infondata e la questione non è stata decisa con pronuncia irrevocabile. Lo ha stabilito la Ctr Lazio con sentenza 1765/2016 del 5 aprile.

Tale decisione è stata emanata in seguito alla vicenda relativa a un'intimidazione di pagamento da parte dell'Agenzia delle Entrate, che aveva chiesto a una donna di versare l'imposta relativa alla compravendita di un  immobile, dovuta dal suo coniuge deceduto.

L'atto era stato impugnato dalla donna, ma le Entrate avevano emesso ugualmente una cartella con cui chiedevano alla stessa il pagamento di 348 mila euro. Nel 2013, alla richiesta da parte della donna, coerede insieme al figlio, all'Agenzia delle Entrate di limitare la pretesa al 50% sostenendo che in materia tributaria gli eredi non sono responsabili in via solidale.

Alla mancata risposta dell'amministrazione a tale richiesta, sull'istanza si era formato il silenzio-rifiuto. La donna ha impugnato nuovamente il diniego chiedendo alla Ctp di dichiarare l'illegittimità dell'omessa risposta.

Il ricorso era stato respinto per effetto dell'esistenza del giudicato»; aveva, inoltre, escluso la possibilità di ridurre gli importi richiesti dall'ufficio, tenuto conto della «natura solidale dell'obbligazione» e della «definitività del titolo che la riguarda».

La Ctr ha, tuttavia, affermato che in materia di istanze contro il diniego di annullamento in autotutela, il ricorso è ammissibile solo per contestare la legittimità del rifiuto e non per porre in discussione la pretesa tributaria. La Ctr dichiara, quindi, l'illegittimità del silenzio-rifiuto e «rimette la decisione all'autorità amministrativa». È riconosciuto, pertanto, alla donna il diritto di ottenere una risposta dalla Pa.


Appalti pubblici, il Comune non può escludere un'impresa

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Le imprese che hanno un consistente debito tributario possono partecipare ad appalti pubblici, a patto che queste abbiano proposto ricorso d'urgenza al giudice ordinario contro il diniego di rateizzazione.

Lo hanno ribadito i giudici del Tar di Salerno con sentenza n. 1552 del 22 giugno 2016 esprimendosi in merito all'esclusione di un'impresa, che risultava avere un debito tributario per il quale aveva inutilmente chiesto la rateizzazione, da una gara comunale per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.

L'impresa che non sia fiscalmente in regola va, normalmente, esclusa come stabilito dall'art. 38, comma 1, lettera g, Dlgs 163/2006.

Arriva dal Tar Salerno il chiarimento circa l'impossibilità da parte di un ente pubblico di escludere dalle gare l'impresa che si veda negare una dilazione e si rivolga al giudice. Il Consiglio di Stato ha stabilito che il concetto di definitività del debito nell'ambito delle gare pubbliche dovrebbe essere chiarito al momento della scadenza del termine di presentazione dell'offerta.

Spetta alle Commissioni tributarie il giudizio avverso la rateizzazione del debito, con la pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione.

 

Tar Lazio, condominio ha diritto di accesso a documenti

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Il condominio ha diritto di accesso ai documenti amministrativi relativi a rilevazioni e monitoraggi effettuati dalla società che gestisce il servizio idrico delle fognature, in relazione a eventi di sversamento di acque nere.

È quanto ha stabilito il Tar Lazio, seconda sezione, con sentenza 3287 del 15 marzo. Il caso, nello specifico, riguarda un condominio che aveva promosso ricorso contro il silenzio del gestore della rete fognaria comunale all'istanza di accesso agli atti per il rilascio di copia delle rilevazioni dei monitoraggi e delle relazioni tecniche relativi a prolungati e ripetuti sversamenti di acque nere fuoriuscenti dal manto stradale antistante l'edificio condominiale.

Il ricorso fondato dal condominio, nella persona dell'amministratore, si basava nella necessità di conoscere il contenuto dei documenti con l'obiettivo di tutelare i propri diritti, legati al danno ingiusto che ne derivava dall'omessa manutenzione della rete fognaria comunale che aveva provocato gli sversamenti.

Il Tar ha specificato che l'interesse determinante l'istanza di accesso agli atti va inteso in senso ampio, perché la documentazione richiesta deve essere mezzo utile per la difesa dell'interesse giuridicamente rilevante.

Il giudice amministrativo si è occupato, tuttavia, di specificare che, ai sensi della legge 241/1990, per pubbliche amministrazioni si intendono tutti quei soggetti di diritto pubblico e di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse.

Il Tar Lazio ha, quindi, accolto il ricorso del condominio poiché era evidente l'interesse ad esaminare la documentazione richiesta con il fine di tutelare i propri diritti.


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