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Tar Lazio, condominio ha diritto di accesso a documenti

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Il condominio ha diritto di accesso ai documenti amministrativi relativi a rilevazioni e monitoraggi effettuati dalla società che gestisce il servizio idrico delle fognature, in relazione a eventi di sversamento di acque nere.

È quanto ha stabilito il Tar Lazio, seconda sezione, con sentenza 3287 del 15 marzo. Il caso, nello specifico, riguarda un condominio che aveva promosso ricorso contro il silenzio del gestore della rete fognaria comunale all'istanza di accesso agli atti per il rilascio di copia delle rilevazioni dei monitoraggi e delle relazioni tecniche relativi a prolungati e ripetuti sversamenti di acque nere fuoriuscenti dal manto stradale antistante l'edificio condominiale.

Il ricorso fondato dal condominio, nella persona dell'amministratore, si basava nella necessità di conoscere il contenuto dei documenti con l'obiettivo di tutelare i propri diritti, legati al danno ingiusto che ne derivava dall'omessa manutenzione della rete fognaria comunale che aveva provocato gli sversamenti.

Il Tar ha specificato che l'interesse determinante l'istanza di accesso agli atti va inteso in senso ampio, perché la documentazione richiesta deve essere mezzo utile per la difesa dell'interesse giuridicamente rilevante.

Il giudice amministrativo si è occupato, tuttavia, di specificare che, ai sensi della legge 241/1990, per pubbliche amministrazioni si intendono tutti quei soggetti di diritto pubblico e di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse.

Il Tar Lazio ha, quindi, accolto il ricorso del condominio poiché era evidente l'interesse ad esaminare la documentazione richiesta con il fine di tutelare i propri diritti.


Ritardi certificati sul Patto, bloccati concorsi e assunzioni

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Il Comune che ha trasmesso in ritardo la certificazione alla Ragioneria generale dello Stato non può aggirare le sanzioni previste nell'anno successivo all'accertamento, pur avendo rispettato il Patto di stabilità.

Lo ha deciso la Corte dei conti della Puglia con la delibera 111/2016 della sezione di controllo, in risposta a un Comune che per l'esercizio 2015 aveva sì rispettato gli obiettivi di finanza pubblica, ma non era riuscito ad inviare il prospetto del saldo finanziario per via telematica entro il termine del 31 marzo, a causa di disguidi tecnici, ma solo cinque giorni dopo.

Nello stesso mese l'ente aveva concluso un concorso per personale apicale e aveva chiesto alla Corte in quale anno finanziario applicare il divieto di assunzione a qualsiasi titolo fissato dalla Legge di stabilità 2012 (articolo 31, comma 26, lettera d della legge 183/2011). In pratica l'esercizio in cui poter innovare l'organico come previsto dal piano annuale.

L'unica sanzione applicabile tra le cinque previste in caso di violazione del patto è il divieto di assunzione di personale a qualsiasi titolo, compresi i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, di somministrazione, i processi di stabilizzazione in corso e i contratti stipulati nell'ambito di contratti di servizio con privati.

Il controllo sul rispetto del Patto e relative sanzioni sono state confermate dalla stessa legge di stabilità 2016 ( comma 720 della legge 208/2015).


Corte Costituzionale, no spending review su Enti locali

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Con la sentenza n. 129/2016, la Corte Costituzionale ha bocciato il taglio incrementale di oltre 7,2 miliardi di euro di trasferimenti erariali, come stabilito dall'art. 16 del Dl n. 95/2012. In seguito alle contestazioni giunte dai comuni, la Corte costituzionale ha bocciato tale disciplina.

Le politiche statali di riduzione delle spese pubbliche, come ripetutamente assegnato dalla stessa Corte, possono incidere anche sull'autonomia finanziaria degli enti territoriali.

I procedimenti di collaborazione tra enti devono essere sempre corredati da strumenti di chiusura che consentano allo Stato di giungere alla determinazione delle riduzioni dei trasferimenti, al fine di garantire che l'obiettivo del contenimento della spesa pubblica sia raggiunto.

A parere del giudice, nella nozione di «consumi intermedi» possono rientrare le spese di funzionamento dell'apparato amministrativo, ma anche le spese sostenute per l'erogazione di servizi ai cittadini.

Dunque, ci trova difronte a un meccanismo destinato a far gravare oneri economici in misura maggiore sulle amministrazioni che erogano più servizi, a prescindere dalla loro virtuosità nell'impiego delle risorse finanziarie.

Il criterio delle spese sostenute per i consumi intermedi non è dunque illegittimo di per sé. La sua illegittimità deriva dall’essere parametro utilizzato in via principale anziché in via sussidiaria, vale a dire solo dopo infruttuosi tentativi di coinvolgimento degli enti interessati attraverso procedure concertate o in ambiti che consentano la realizzazione di altre forme di cooperazione.

La Corte ha dichiarato, pertanto, l'illegittimità costituzionale dell'art. 16, comma 6, del d.l. n. 95 del 2012, convertito con modificazioni dall'art. 1, comma 1, della legge n. 135 del 2012.

Cassazione, no Iva per cessione gratuita al Comune aree edificabili

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La Cassazione con sentenza numero 11344-16 della sezione quinta civile, depositata ieri, ha stabilito che la cessione gratuita al Comune di aree edificabili effettuata nell'esercizio d'impresa in esecuzione di un piano di lottizzazione non è componente positivo di reddito e non è imponibile Iva.

In assenza di corrispettivo e ai fini reddituali il valore può essere considerato quale onere correlato all'acquisizione di utilità.

Nello specifico, con tale sentenza la Cassazione è intervenuta nel caso Una Srl immobiliare che non aveva presentato per il 2004 l'Unico e dall'amministrazione le erano state accertate tra imposte e sanzioni quasi 5 milioni di euro.

Ma il ricorso della contribuente non si è fatto attendere sostenendo che ai fini reddituali le aree sono state cedute gratuitamente al fine di adempiere all'obbligo di dotare la superficie di di attrezzature pubbliche. Inoltre, ai fini Iva la cessione gratuita in esecuzione di una convenzione di lottizzazione non rileva. Al contrario, secondo l'amministrazione ai fini reddituali le aree che sono state cedute gratuitamente non possono costituire un costo deducibile.

I beni che escono dal ciclo imprenditoriale costituiscono un'operazione di cessione, ai fini Iva. Sempre ai fini Iva, la cessione gratuita al Comune di aree edificabili non è cessione di bene in base all'articolo 51 della legge 342 del 2000.

 

Contratto d'appalto e interruzione rapporto, cosa cambia

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È illegittimo il provvedimento di revoca dell'aggiudicazione di una gara quando tale atto «è stato adottato in assenza del suo essenziale presupposto e cioè di un provvedimento che continua ancora a spiegare effetti, non essendo tale l'aggiudicazione della gara in seguito alla stipulazione del contratto». Per sciogliersi dal vincolo contrattuale «l'amministrazione deve ricorrere all'istituto del recesso ai sensi dell'articolo 134 del d. lgs. n. 163 del 2006».

Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con la sentenza della sezione V n.1174 del 22/03/2016 a seguito della stipula del contratto di appalto, laddove sopraggiungano ragioni di inopportunità nella prosecuzione del rapporto negoziale per sciogliere il vincolo contrattuale deve predisporre di un atto di recesso.

Con tale sentenza è stato affermato che la normativa posta con il comma 1-bis dell'art. 21-quinquies della legge n. 241 del 1990 e con l'art. 1, comma 136, della legge n. 311 del 2004, si inserisce nel quadro delineato se si circoscrive il potere di revoca ivi previsto soltanto alle concessioni amministrative.

Inoltre, è stato stabilito che il divieto di revoca quando sia stato stipulato il contratto si fonda sulla fondamentale ragione dell'affidamento del privato negli impegni reciproci fissati nell'accordo, sulla cui base egli ha maturato aspettative di profitto e assunto impegni organizzativi che l'art. 21-quinquies non impone di considerare e il cui ristoro è previsto soltanto con l'indennizzo, mentre l'amministrazione è tenuta ad una più adeguata compensazione del pregiudizio sofferto dalla controparte.

Assunzioni a rischio per dirigenti enti locali

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Le assunzioni di dirigenti effettuate da enti locali potrebbero essere a rischio. È quanto fa sapere la Conferenza unificata nella seduta dello scorso 24 marzo incentrata sulle "problematiche interpretative relative all'articolo 1, commi 219 e 221, della legge 28 dicembre 2015, n.208, in materia di dirigenza pubblica.

L'articolo 1, comma 219, della legge 208/2015 impone alle amministrazioni di rendere disponibili i posti delle qualifiche dirigenziali finché non sarà operativa la riforma della dirigenza voluta dall'articolo 11 della legge 124/2015.

È partita dai comuni un’aspra critica nei confronti della norma, quale 'ulteriore gabbia per la propria autonomia organizzativa'. Nel dettaglio, si è cercato di individuare quegli elementi che non la rendono applicabile agli enti locali evocando l'autotomia costituzionale. Tutti tentativi inutili, tanto da essere stati respinti dalla Corte dei Conti, sezione regionale di controllo della Puglia.

La Corte ha esplicitato, con deliberazione 17 marzo 2016 n. 73, gli elementi decisivi per la piena applicabilità della norma a tutti gli enti locali. In primis, «la norma si riferisce a tutte le amministrazioni di cui all'art 1 comma 2 dlgs 165/2001, senza introdurre alcuna espressa eccezione per gli enti locali»; in secondo luogo, afferma: «Il comma 224 della citata legge 208/2015, nel prevedere che resta escluso dal campo di applicazione del comma 219 - tra gli altri - il personale delle città metropolitane e delle province adibito all'esercizio di funzioni fondamentali, non fa altro che confermare l'opzione ermeneutica sopra indicata, atteso che siffatta eccezione non avrebbe ragion d'essere se gli enti locali fossero esclusi a priori, per estraneità soggettiva, dal raggio operativo della disciplina in esame».

D'altro canto la Conferenza unificata ha proposto una soluzione 'di compromesso' nell'ambito della quale prevale l'indicazione secondo cui «sarà comunque possibile prevedere la copertura di posizioni dirigenziali specificamente previste dalla legge o connesse alto svolgimento di funzioni fondamentali, in base all'articolo 14, comma 27, del dl 78/2010, o di servizi essenziali».

Tuttavia, l'indicazione della Conferenza non avrebbe il valore per il quale è stata formulata, essendo la stessa un soggetto non dotato di poteri e competenze concernenti l'applicazione delle norme: ai sensi dell'articolo 2 del dlgs 281/1997 la Conferenza dispone solo di compiti consultivi preventivi senza la possibilità di poter esprimere pareri riguardo l'attuazione delle leggi.

Voucher anche per i Comuni per lavori accessori

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Possono usare i voucher anche le pubbliche amministrazioni, in quanto il decreto legislativo 70/2003 prevede forme di lavoro accessorio. È quanto ribadito dal Consiglio di Stato con la sentenza 15 marzo 2016, n. 1034 esprimendo il parere circa una lite in materia di raccolta rifiuti porta a porta.

Con il Dlgs 81/2015 sono state introdotte novità in tema di buoni lavoro: relativamente ai limiti di pagamento con i voucher questi sono di 7 mila euro nel corso di un anno civile. Sia i limiti oggettivi sia i limiti soggettivi sono stati eliminati.

Il Consiglio di Stato si è pronunciato su una questione relativa a un conflitto attivato da un'impresa contro un comune del mantovano che aveva affidato inizialmente a terzi il servizio di igiene ambientale e, successivamente, aveva optato per la gestione diretta del servizio. Il precedente gestore aveva contestato la scelta della gestione diretta del servizio rifiuti, ritenendo che il comune non potesse gestire in proprio il servizio perché carente di personale e incapace di ricorrere al lavoro occasionale esterno.

La decisione della Corte dei Conti conferma l'orientamento del Tar Brescia che ritiene condivisibile la scelta del Comune del Mantovano relativamente all'utilizzo di prestazioni nei settori produttivi di interesse per l'ente locale con compensi fino a 5 mila euro.


Corte dei Conti: no baratto amministrativo per debiti pregressi

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La Corte dei Conti Emilia Romagna ha stabilito, con delibera n. 27 del 23 marzo 2016, che il baratto amministrativo deve essere regolato con regolamento comunale e non può riguardare i debiti pregressi dei contribuenti. In questo modo vengono definiti i criteri di applicabilità dell'articolo 24 del Dl 133/2014 che consente ai Comuni di deliberare riduzioni o esenzioni di tributi, dando la possibilità ai cittadini che non riescono a far fronte al pagamento dei tributi comunali di ottenere sconti prestando ore di lavoro in favore della comunità.

I giudici hanno stabilito che non è possibile utilizzare il baratto amministrativo per i debiti pregressi dei contribuenti, trattandosi di un'ipotesi che non rientra nell'ambito di applicazione della norma, difettando il requisito dell'inerenza tra l'agevolazione tributaria e l'attività posta in essere dal cittadino, inoltre potrebbe determinare effetti pregiudizievoli sugli equilibri di bilancio, considerato che si tratta di debiti ormai confluiti nella massa dei residui attivi dell'ente. In definitiva la Corte dei conti Emilia Romagna delinea un modello di baratto amministrativo disatteso dalla maggior parte dei Comuni, specie da quelli che hanno individuato nelle morosità pregresse (anche incolpevoli) l'oggetto principale del nuovo istituto. I Comuni, adesso, dovrebbero rivedere le proprie scelte, pena il rischio di essere chiamati a rispondere di danno erariale.

Nuovo codice appalti, quali varianti contrattuali?

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Sono state introdotte maggiori rigidità sulle varianti contrattuali per gli appalti pubblici, in particolar modo per quelli di lavoro. Il nuovo codice appalti all'articolo 106 recepisce le indicazioni comunitarie, nello specifico l'art. 72 della direttiva 2014/24/Ue e l'articolo 89 della direttiva 2015/25/Ue, che tengono conto del fatto che per i contratti di lunga durata alcune modifiche contrattuali sono da considerarsi quasi inevitabili.

È stato, altresì, introdotto il concetto di modifiche sostanziali in riferimento a tutte quelle modifiche che, se contenute nella procedura di appalto iniziale, avrebbero consentito l'ammissione di candidati diversi da quelli inizialmente selezionati e che cambiano l'equilibrio economico del contratto o che ne estendono notevolmente l'ambito di applicazione.

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