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Contratto d'appalto e interruzione rapporto, cosa cambia

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È illegittimo il provvedimento di revoca dell'aggiudicazione di una gara quando tale atto «è stato adottato in assenza del suo essenziale presupposto e cioè di un provvedimento che continua ancora a spiegare effetti, non essendo tale l'aggiudicazione della gara in seguito alla stipulazione del contratto». Per sciogliersi dal vincolo contrattuale «l'amministrazione deve ricorrere all'istituto del recesso ai sensi dell'articolo 134 del d. lgs. n. 163 del 2006».

Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con la sentenza della sezione V n.1174 del 22/03/2016 a seguito della stipula del contratto di appalto, laddove sopraggiungano ragioni di inopportunità nella prosecuzione del rapporto negoziale per sciogliere il vincolo contrattuale deve predisporre di un atto di recesso.

Con tale sentenza è stato affermato che la normativa posta con il comma 1-bis dell'art. 21-quinquies della legge n. 241 del 1990 e con l'art. 1, comma 136, della legge n. 311 del 2004, si inserisce nel quadro delineato se si circoscrive il potere di revoca ivi previsto soltanto alle concessioni amministrative.

Inoltre, è stato stabilito che il divieto di revoca quando sia stato stipulato il contratto si fonda sulla fondamentale ragione dell'affidamento del privato negli impegni reciproci fissati nell'accordo, sulla cui base egli ha maturato aspettative di profitto e assunto impegni organizzativi che l'art. 21-quinquies non impone di considerare e il cui ristoro è previsto soltanto con l'indennizzo, mentre l'amministrazione è tenuta ad una più adeguata compensazione del pregiudizio sofferto dalla controparte.

Assunzioni a rischio per dirigenti enti locali

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Le assunzioni di dirigenti effettuate da enti locali potrebbero essere a rischio. È quanto fa sapere la Conferenza unificata nella seduta dello scorso 24 marzo incentrata sulle "problematiche interpretative relative all'articolo 1, commi 219 e 221, della legge 28 dicembre 2015, n.208, in materia di dirigenza pubblica.

L'articolo 1, comma 219, della legge 208/2015 impone alle amministrazioni di rendere disponibili i posti delle qualifiche dirigenziali finché non sarà operativa la riforma della dirigenza voluta dall'articolo 11 della legge 124/2015.

È partita dai comuni un’aspra critica nei confronti della norma, quale 'ulteriore gabbia per la propria autonomia organizzativa'. Nel dettaglio, si è cercato di individuare quegli elementi che non la rendono applicabile agli enti locali evocando l'autotomia costituzionale. Tutti tentativi inutili, tanto da essere stati respinti dalla Corte dei Conti, sezione regionale di controllo della Puglia.

La Corte ha esplicitato, con deliberazione 17 marzo 2016 n. 73, gli elementi decisivi per la piena applicabilità della norma a tutti gli enti locali. In primis, «la norma si riferisce a tutte le amministrazioni di cui all'art 1 comma 2 dlgs 165/2001, senza introdurre alcuna espressa eccezione per gli enti locali»; in secondo luogo, afferma: «Il comma 224 della citata legge 208/2015, nel prevedere che resta escluso dal campo di applicazione del comma 219 - tra gli altri - il personale delle città metropolitane e delle province adibito all'esercizio di funzioni fondamentali, non fa altro che confermare l'opzione ermeneutica sopra indicata, atteso che siffatta eccezione non avrebbe ragion d'essere se gli enti locali fossero esclusi a priori, per estraneità soggettiva, dal raggio operativo della disciplina in esame».

D'altro canto la Conferenza unificata ha proposto una soluzione 'di compromesso' nell'ambito della quale prevale l'indicazione secondo cui «sarà comunque possibile prevedere la copertura di posizioni dirigenziali specificamente previste dalla legge o connesse alto svolgimento di funzioni fondamentali, in base all'articolo 14, comma 27, del dl 78/2010, o di servizi essenziali».

Tuttavia, l'indicazione della Conferenza non avrebbe il valore per il quale è stata formulata, essendo la stessa un soggetto non dotato di poteri e competenze concernenti l'applicazione delle norme: ai sensi dell'articolo 2 del dlgs 281/1997 la Conferenza dispone solo di compiti consultivi preventivi senza la possibilità di poter esprimere pareri riguardo l'attuazione delle leggi.

Voucher anche per i Comuni per lavori accessori

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Possono usare i voucher anche le pubbliche amministrazioni, in quanto il decreto legislativo 70/2003 prevede forme di lavoro accessorio. È quanto ribadito dal Consiglio di Stato con la sentenza 15 marzo 2016, n. 1034 esprimendo il parere circa una lite in materia di raccolta rifiuti porta a porta.

Con il Dlgs 81/2015 sono state introdotte novità in tema di buoni lavoro: relativamente ai limiti di pagamento con i voucher questi sono di 7 mila euro nel corso di un anno civile. Sia i limiti oggettivi sia i limiti soggettivi sono stati eliminati.

Il Consiglio di Stato si è pronunciato su una questione relativa a un conflitto attivato da un'impresa contro un comune del mantovano che aveva affidato inizialmente a terzi il servizio di igiene ambientale e, successivamente, aveva optato per la gestione diretta del servizio. Il precedente gestore aveva contestato la scelta della gestione diretta del servizio rifiuti, ritenendo che il comune non potesse gestire in proprio il servizio perché carente di personale e incapace di ricorrere al lavoro occasionale esterno.

La decisione della Corte dei Conti conferma l'orientamento del Tar Brescia che ritiene condivisibile la scelta del Comune del Mantovano relativamente all'utilizzo di prestazioni nei settori produttivi di interesse per l'ente locale con compensi fino a 5 mila euro.


Corte dei Conti: no baratto amministrativo per debiti pregressi

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La Corte dei Conti Emilia Romagna ha stabilito, con delibera n. 27 del 23 marzo 2016, che il baratto amministrativo deve essere regolato con regolamento comunale e non può riguardare i debiti pregressi dei contribuenti. In questo modo vengono definiti i criteri di applicabilità dell'articolo 24 del Dl 133/2014 che consente ai Comuni di deliberare riduzioni o esenzioni di tributi, dando la possibilità ai cittadini che non riescono a far fronte al pagamento dei tributi comunali di ottenere sconti prestando ore di lavoro in favore della comunità.

I giudici hanno stabilito che non è possibile utilizzare il baratto amministrativo per i debiti pregressi dei contribuenti, trattandosi di un'ipotesi che non rientra nell'ambito di applicazione della norma, difettando il requisito dell'inerenza tra l'agevolazione tributaria e l'attività posta in essere dal cittadino, inoltre potrebbe determinare effetti pregiudizievoli sugli equilibri di bilancio, considerato che si tratta di debiti ormai confluiti nella massa dei residui attivi dell'ente. In definitiva la Corte dei conti Emilia Romagna delinea un modello di baratto amministrativo disatteso dalla maggior parte dei Comuni, specie da quelli che hanno individuato nelle morosità pregresse (anche incolpevoli) l'oggetto principale del nuovo istituto. I Comuni, adesso, dovrebbero rivedere le proprie scelte, pena il rischio di essere chiamati a rispondere di danno erariale.

Nuovo codice appalti, quali varianti contrattuali?

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Sono state introdotte maggiori rigidità sulle varianti contrattuali per gli appalti pubblici, in particolar modo per quelli di lavoro. Il nuovo codice appalti all'articolo 106 recepisce le indicazioni comunitarie, nello specifico l'art. 72 della direttiva 2014/24/Ue e l'articolo 89 della direttiva 2015/25/Ue, che tengono conto del fatto che per i contratti di lunga durata alcune modifiche contrattuali sono da considerarsi quasi inevitabili.

È stato, altresì, introdotto il concetto di modifiche sostanziali in riferimento a tutte quelle modifiche che, se contenute nella procedura di appalto iniziale, avrebbero consentito l'ammissione di candidati diversi da quelli inizialmente selezionati e che cambiano l'equilibrio economico del contratto o che ne estendono notevolmente l'ambito di applicazione.

Staff con compiti di supporto amministrativo: la responsabilità è del sindaco

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La responsabilità amministrativa è del sindaco se assegna ai collaboratori dell'ufficio di staff compiti di supporto agli uffici. Ponendo quale presupposto il danno, la responsabilità non si estende né al dirigente che ha dato il parere di regolarità tecnica, né ai dirigenti e segretari.

È questa l'essenza della sentenza n.27/2016 emessa dalla Corte dei Conti della Sicilia con la quale è stato condannato il sindaco di un Comune che ha assegnato incarichi di collaborazione ex art. 90 del Tuel a risarcire all'ente tutti i compensi erogati. L'ufficio di staff è uno strumento di supporto dell'organo politico e non può essere destinato a compiti analoghi nei confronti delle strutture amministrative, in quanto causerebbe una violazione del principio di distinzione delle competenze tra organi di governo e dirigenti.

Nel caso in questione, gli incarichi conferiti violavano tali principi in quanto non erano di "alta specializzazione" e non si era provveduto ad una preventiva verifica che non dovesse trattarsi di attività ordinarie. Sono i casi in cui, chiarisce la sentenza, "i profili di illegittimità degli atti costituiscono un sintomo della dannosità per l'erario".

Relativamente alla responsabilità amministrativa in capo al dirigente che ha dato il parere di regolarità contabile, la sentenza prende una posizione "garantista".

Cassazione contro abuso contratti a termine nella Pa

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Con la sentenza 5072/2016 la Cassazione risolve la questione relativa alle tutele per il pubblico impiego contro l'abuso dei contratti a termine.

La decisione dei giudici va nella direzione di una conciliazione tra le regole italiane e le direttive europee. Le prime impediscono la stabilizzazione tout court tipica del privato per il principio costituzionale del concorso come via ordinaria per accedere alla Pa, mentre le direttive europee impongono di prevenire gli abusi di contratti a tempo determinato in termini di scadenze della durata massima o del numero massimo delle proroghe.

Di qui la decisione di un diritto al risarcimento per quei lavoratori del pubblico impiego che hanno subito un contratto a tempo determinato illegittimo. Risarcimento il cui valore può variare da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità a seconda dell'anzianità di servizio, del comportamento delle parti e di altri eventuali criteri fissati dalle regole sul rapporto di lavoro.

Sarà, pertanto, riconosciuto il danno ai lavoratori titolari di contratti a termine illegittimi. Danno rappresentato dalla perdita di chance di altre occasioni di lavoro che il lavoratore non ha potuto cogliere in quanto impegnato nel rapporto precario ma a tempo pieno con la Pa.

Allegati:
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Consiglio di Stato, no ai vincoli locali

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La disciplina del commercio va armonizzata con quella di tutela della concorrenza di competenza statale.

La disciplina è di competenza legislativa residuale delle Regioni, come stabilito con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, pertanto la redazione di norme in questa materia non è libera. I limiti introdotti dallo Stato in materia di tutela della concorrenza prevalgono quindi rispetto alla disciplina delle Regioni in materia di commercio.

Di recente, con una sentenza il Consiglio di Stato si è espresso su una questione relativa ai casi di restrizioni da parte di molti Comuni all'insediabilità di esercizi commerciali di dubbia legittimità. Il Consiglio di Stato con la pronuncia n. 4856/2015 ha affermato la compatibilità con la normativa nazionale e comunitaria sulla libera concorrenza dei limiti all'insediamento delle attività commerciali nel nucleo storico di Roma.

Da parte delle amministrazioni resta la responsabilità di dare attuazione ai principi di liberalizzazione del settore che consentano il libero insediamento delle attività commerciali.



Tar Lazio, sì a doppia attività farmacista e grossista

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Il farmacista che al contempo esercita anche attività di grossista di farmaci può continuare la doppia attività.

È quanto ribadito dal Tar Lazio con l'ordinanza n. 893 del 24 febbraio scorso, che conferma, appunto, la possibilità che un farmacista possa esercitare l'attività di grossista e di vendita al dettaglio, in controtendenza, dunque, al formalismo precedentemente imposto dal ministero della Salute. Quest'ultimo, nella nota 2 ottobre 2015, n. 46884, sottolineava che le due attività devono essere "assolutamente separate tra di loro" anche se svolte da una persona sola.

Il Tar Lazio tiene a precisare che non vi è una norma che impedisce esplicitamente al farmacista passaggi "interni" di medicinali dalla farmacia al magazzino di grossista, divieto che, invece, era imposto dal Ministero in funzione della garanzia della tracciabilità dei farmaci.

Ma, a tal proposito, il Tar precisa che mediante specifici controlli sarà possibile garantire la corretta distribuzione dei farmaci.

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