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Piano discariche Lazio, ultimatum dal Tar

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È stato lanciato ieri dal Tar del lazio l'ultimatum di 180 giorni per mettere a punto un piano di discariche nel Lazio dove smaltire gli scarti dei rifiuti trattati negli impianti del territorio.

Il Tar si è espresso accogliendo il ricorso presentato dalla società Rida Ambiente di Fabio Altissimi, che tratta rifiuti della provincia di Latina e di alcune zone della Provincia di Roma.

La motivazione riguarda l'impossibilità di sotterrare rifiuti urbani se non sono stati precedentemente sottoposti a trattamento, in modo da trasformarli in combustibile e ridurre al minimo il materiale da destinare in discarica.

Ogni impianto di trattamento rifiuti deve avere, pertanto, i cosiddetti "avvalli": discariche in cui conferire tale materiale. Nel caso in cui manchino tali siti, viene bloccato l'intero ciclo di spazzatura. Infatti, dopo la chiusura di Malagrotta la spazzatura è stata spedita anche all'estero.

Anche il Lazio, però, come previsto per ogni Regione dalla normativa nazionale ed europea deve dotarsi di un piano di siti a servizio dei diversi impianti di trattamento meccanico biologico.

Contratti Pa, validi solo se scritti

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Tutti quei contratti in cui è parte la Pa richiedono la forma scritta per essere validi.

Il principio è affermato dalla giurisprudenza di legittimità e da quella di merito sia per gli accordi di natura pubblicistica sia per i contratti in cui l'ente agisce secondo il diritto privato.

La forma scritta è, per la giurisprudenza, un requisito fondamentale, la cui mancanza determina la nullità del contratto nei rapporti con la Pa. Ciò, come afferma la Corte suprema, è espressione di due principi della costituzione: quello sancito nell'articolo 97, secondo il quale i pubblici uffici sono organizzati secondo regole di imparzialità dell'amministrazione e il principio contenuto nell'articolo 81, dal quale si evince l'esigenza di tutelare le risorse degli enti pubblici contro il pericolo di impegni finanziari presi senza la consapevolezza dell'entità delle obbligazioni da adempiere.

Tuttavia, i contratti in cui è parte la Pa non possono essere conclusi a distanza. Solo l'atto formale è alla base dell'accordo valido, pertanto quando la Pa è parte del contratto non si può ipotizzare la conclusione di un vincolo giuridico attraverso fatti concludenti.

Consiglio di Stato: indennità disabili non incluse in Isee

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Il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar Lazio relativamente alle indennità di accompagnamento erogate ai disabili che non devono essere considerati reddito per il calcolo dell'indicatore della situazione economica equivalente (Isee).

Nello specifico, i giudici stabiliscono che «le indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché né certo all'accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un'oggettiva ed ontologica...situazione d'inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale».

Pertanto, l'Isee non può definire reddito un'indennità.

Inoltre, il Consiglio di Stato tiene a precisare che il sistema delle franchigie previsto dall'Isee per bilanciare il "peso" delle indennità non compensa in modo soddisfacente perché «i beneficiari e i presupposti delle franchigie stesse sono diversi dai destinatari e dai presupposti delle indennità».

Nel ricorso sul silenzio-rifiuto è da citare l'atto impugnato

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Per il rimborso delle imposte è stato proposto il ricorso introduttivo. Spetta al contribuente precisare l'atto opposto anche se questo non è immediato come nel caso del silenzio-rifiuto. È necessario, inoltre, precisare la domanda rivolta al giudice e allegare la relativa documentazione.

L'amministrazione non è tenuta a integrare la documentazione carente del contribuente anche nel caso in cui il silenzio rifiuto si è formato per sua inerzia. La sentenza 6/7/2016 della Ctr Liguria riguarda la richiesta di rimborso da parte di un contribuente delle maggiori imposte pagate sulla pensione integrativa tassata dall'ente previdenziale al 100% anziché nella misura inferiore prevista per i trattamenti pensionistici complementari (87,5%).

In seguito al silenzio dell'amministrazione, il contribuente si è rivolto alla Ctp e nel ricorso introduttivo contro il silenzio-rifiuto il ricorrente insiste per la tassazione ridotta dei trattamenti pensionistici complementari, senza chiedere al giudice di annullare il silenzio rifiuto e di condannare l'amministrazione al rimborso dell'imposta.

Il ricorso è infondato in quanto non contiene i documenti probatori idonei a suffragare la richiesta di rimborso. La Ctp lo dichiara inammissibile.

Danni della PA, prove danno per responsabilità

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La responsabilità della pubblica amministrazione in seguito ai danni provocati dall'azione amministrativa è legata all'adozione di un provvedimento illegittimo, la dimostrazione del dolo o della colpa, quale elemento costitutivo del diritto al risarcimento, non essendo sufficiente l'annullamento per atto lesivo.

È quanto stabilito dai giudici della terza sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n. 559 del 9 febbraio, con la quale i giudici amministrativi hanno stabilito che è necessaria la prova della colpevole condotta amministrativa e che da questa ne sia derivato un pregiudizio economico direttamente collegato all'assunzione o all'esecuzione della determinazione illegittima.

Relativamente, poi, alla risarcibilità del danno da perdita di chance i giudici del Consiglio di Stato la riconoscono nel caso in cui l'illegittimità dell'atto ha provocato direttamente una lesione della concreta occasione di conseguire un determinato bene.

È stato messo in chiaro, inoltre, che nelle gare pubbliche il diritto risarcitorio spetta solo se il danneggiato dà prova dell'esistenza di un nesso causale tra l'adozione di un provvedimento amministrativo illegittimo e la perdita dell'occasione concreta di conseguire un determinato bene. Pertanto, l'impresa illegittimamente tralasciata dall'aggiudicazione illegittima deve riuscire a dimostrare che la sua offerta sarebbe stata selezionata come la migliore e che l'appalto sarebbe stato quasi sicuramente aggiudicato ad essa.

Classamento catastale non per microzone, tre i principi da rispettare

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La Commissione tributaria provinciale di Roma n. 2384/41/2016 aggiunge un ulteriore tassello nella direzione della censura nei confronti dell'operato dell'Agenzia delle Entrate relativamente alla legittimità di alcuni avvisi di accertamento per riclassamento catastale, per le operazioni eseguite nel comune di Roma in base all'articolo 1, comma 335, legge n. 311/04.

La decisione della Commissione annulla il provvedimento dell'Agenzia delle Entrate per difetto di motivazione legato anche alla mancanza di prova nel merito che contrasti le specifiche motivazioni addotte dal ricorrente. La tesi del Collegio giudicante è sostenuta motivandola con i principi evidenziati nella sentenza n. 4712/2015, di cui i punti principali sono tre.

Il primo punto riguarda l'attività di classamento, la procedura "individuale" che rappresenta un criterio utile ad identificare il parametro globale di apprezzamento di un'unità immobiliare.

Il secondo punto chiarisce che nell'ambito di una procedura connotata da evidente straordinarietà, il classamento resta una procedura individuale. Infine, il terzo punto mette in chiaro che se non si tiene presente questo principio l'attività di classamento potrebbe causare un indiscriminato elevamento del livello di classe degli immobili ordinari rientranti nel perimetro della microzona.


Tar Lazio, appalti pubblici di servizi e clausola sociale

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Nel settore degli appalti pubblici di servizi non si può imporre alle imprese concorrenti di applicare un determinato contratto collettivo per i dipendenti. Il Tar Lazio tiene a ribadire questo principio con la sentenza 11 febbraio 2016, n. 1969, che garantisce la concorrenza tra imprese e incide sulla "clausola sociale".

La "clausola sociale" stabilisce la riassunzione di dipendenti dell'impresa uscente ed è oggetto di conferma nella legge 11/2016: la delega per recepire le direttive comunitarie nel settore appalti.

È previsto un punteggio premiale per le clausole sociali, ma al momento ci si interroga se queste possano imporre all'aggiudicatario lo stesso contratto o il numero e la tipologia della forza lavoro applicata dal precedente fornitore di servizi.

Il contratto collettivo dell'impresa subentrante può essere diverso da quello indicato nel bando di gara. Spetta, poi, all'autonomia negoziale delle parti definire l'ambito di applicazione dei contratti collettivi di lavoro che esse stipulano.

Numero e qualifica dei dipendenti da assumere devono essere armonizzabili con l'organizzazione di impresa prescelta dall'imprenditore subentrante, in quanto i lavoratori che non trovano spazio nell'organigramma dell'appaltatore subentrante e che non vengono impiegati dall'appaltatore uscente in altri settori sono destinati agli ammortizzatori sociali.

Falso in bilancio, ridotto l'ambito della non punibilità

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Ridotto l'ambito della non punibilità accordata ai cosiddetti falsi valutativi e punibile come falso in bilancio il valore gonfiato delle quote di partecipazione acquisite. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza dell'8 gennaio 2016, depositata il 22 febbraio 201

6. con la quale è intervenuta sull'art. 2621 cc. Disporre un valore oggettivamente difforme dalla volontà sottostante non corrisponde a fare una "valutazione" (non punibile), bensì esporre un fatto materiale rilevante non rispondente al vero.

Il cambiamento è, sostanzialmente, il seguente: mentre precedentemente veniva punito il falso materiale non rispondente al vero "ancorché oggetto di valutazioni", la nuova versione dell'art. 2621 cc punisce solo il falso relativo al "fatto materiale rilevante non rispondente al vero". Pertanto, è stata eliminata l'estensione della punibilità alle valutazioni in seguito all'eliminazione dell'espressione "ancorché oggetto di valutazioni"
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Cassazione, azione disciplinare per ritorsione è abuso d'ufficio

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L'azione disciplinare esercitata per ritorsione da parte dei direttori di un'azienda pubblica è abuso d'ufficio.

A deciderlo la Corte di cassazione con la sentenza 6665, con la quale ha accolto il ricorso del Pubblico ministero contro la decisione del Gip di dichiarare il non luogo a procedere nei confronti del direttore generale e di quello dell'area tecnica dell'Azienda territoriale per l'edilizia pubblica.

La sentenza è incentrata sull'accusa di aver "preso di mira" un ingegnere con una serie di sanzioni disciplinari fino ad arrivare alla soluzione disciplinare del licenziamento sulla base di presupposti inesistenti.

L'abuso d'ufficio, secondo il Gip, non poteva essere contestato perché i rapporti di lavoro con l'Agenzia territoriale sono regolati dal codice civile e la mancata applicazione delle norme che li disciplinano non può essere considerata una violazione di legge o di regolamento idonea a far scattare il reato di abuso di ufficio. In relazione al licenziamento senza preavviso, questo poteva essere attribuito al direttore generale, il quale aveva apposto la sua firma sul foglio di "espulsione". Diversamente, al direttore di area non va attribuita alcuna responsabilità.

La Cassazione chiarisce che la condotta contestata di abuso d'ufficio non è riconducibile alla violazione delle norme che disciplinano il rapporto di lavoro nell'ente pubblico, ma all'esercizio distorto della "funzione" disciplinare da parte di un pubblico ufficiale.

A parere dei giudici, la violazione delle disposizioni di legge fissate in materia di procedimento disciplinare è suscettibile di integrare l'abuso d'ufficio.

Il Gip non poteva escludere che l'imputata, a prescindere dalla mancata firma, possa ad ogni modo aver assicurato il suo contributo morale o materiale al verificarsi dell'evento.

In conclusione, la Cassazione ha annullato la sentenza del Gip rinviando ad una nuova valutazione.

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