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Cassazione contro abuso contratti a termine nella Pa

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Con la sentenza 5072/2016 la Cassazione risolve la questione relativa alle tutele per il pubblico impiego contro l'abuso dei contratti a termine.

La decisione dei giudici va nella direzione di una conciliazione tra le regole italiane e le direttive europee. Le prime impediscono la stabilizzazione tout court tipica del privato per il principio costituzionale del concorso come via ordinaria per accedere alla Pa, mentre le direttive europee impongono di prevenire gli abusi di contratti a tempo determinato in termini di scadenze della durata massima o del numero massimo delle proroghe.

Di qui la decisione di un diritto al risarcimento per quei lavoratori del pubblico impiego che hanno subito un contratto a tempo determinato illegittimo. Risarcimento il cui valore può variare da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità a seconda dell'anzianità di servizio, del comportamento delle parti e di altri eventuali criteri fissati dalle regole sul rapporto di lavoro.

Sarà, pertanto, riconosciuto il danno ai lavoratori titolari di contratti a termine illegittimi. Danno rappresentato dalla perdita di chance di altre occasioni di lavoro che il lavoratore non ha potuto cogliere in quanto impegnato nel rapporto precario ma a tempo pieno con la Pa.

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Consiglio di Stato, no ai vincoli locali

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La disciplina del commercio va armonizzata con quella di tutela della concorrenza di competenza statale.

La disciplina è di competenza legislativa residuale delle Regioni, come stabilito con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, pertanto la redazione di norme in questa materia non è libera. I limiti introdotti dallo Stato in materia di tutela della concorrenza prevalgono quindi rispetto alla disciplina delle Regioni in materia di commercio.

Di recente, con una sentenza il Consiglio di Stato si è espresso su una questione relativa ai casi di restrizioni da parte di molti Comuni all'insediabilità di esercizi commerciali di dubbia legittimità. Il Consiglio di Stato con la pronuncia n. 4856/2015 ha affermato la compatibilità con la normativa nazionale e comunitaria sulla libera concorrenza dei limiti all'insediamento delle attività commerciali nel nucleo storico di Roma.

Da parte delle amministrazioni resta la responsabilità di dare attuazione ai principi di liberalizzazione del settore che consentano il libero insediamento delle attività commerciali.



Tar Lazio, sì a doppia attività farmacista e grossista

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Il farmacista che al contempo esercita anche attività di grossista di farmaci può continuare la doppia attività.

È quanto ribadito dal Tar Lazio con l'ordinanza n. 893 del 24 febbraio scorso, che conferma, appunto, la possibilità che un farmacista possa esercitare l'attività di grossista e di vendita al dettaglio, in controtendenza, dunque, al formalismo precedentemente imposto dal ministero della Salute. Quest'ultimo, nella nota 2 ottobre 2015, n. 46884, sottolineava che le due attività devono essere "assolutamente separate tra di loro" anche se svolte da una persona sola.

Il Tar Lazio tiene a precisare che non vi è una norma che impedisce esplicitamente al farmacista passaggi "interni" di medicinali dalla farmacia al magazzino di grossista, divieto che, invece, era imposto dal Ministero in funzione della garanzia della tracciabilità dei farmaci.

Ma, a tal proposito, il Tar precisa che mediante specifici controlli sarà possibile garantire la corretta distribuzione dei farmaci.

Piano discariche Lazio, ultimatum dal Tar

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È stato lanciato ieri dal Tar del lazio l'ultimatum di 180 giorni per mettere a punto un piano di discariche nel Lazio dove smaltire gli scarti dei rifiuti trattati negli impianti del territorio.

Il Tar si è espresso accogliendo il ricorso presentato dalla società Rida Ambiente di Fabio Altissimi, che tratta rifiuti della provincia di Latina e di alcune zone della Provincia di Roma.

La motivazione riguarda l'impossibilità di sotterrare rifiuti urbani se non sono stati precedentemente sottoposti a trattamento, in modo da trasformarli in combustibile e ridurre al minimo il materiale da destinare in discarica.

Ogni impianto di trattamento rifiuti deve avere, pertanto, i cosiddetti "avvalli": discariche in cui conferire tale materiale. Nel caso in cui manchino tali siti, viene bloccato l'intero ciclo di spazzatura. Infatti, dopo la chiusura di Malagrotta la spazzatura è stata spedita anche all'estero.

Anche il Lazio, però, come previsto per ogni Regione dalla normativa nazionale ed europea deve dotarsi di un piano di siti a servizio dei diversi impianti di trattamento meccanico biologico.

Contratti Pa, validi solo se scritti

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Tutti quei contratti in cui è parte la Pa richiedono la forma scritta per essere validi.

Il principio è affermato dalla giurisprudenza di legittimità e da quella di merito sia per gli accordi di natura pubblicistica sia per i contratti in cui l'ente agisce secondo il diritto privato.

La forma scritta è, per la giurisprudenza, un requisito fondamentale, la cui mancanza determina la nullità del contratto nei rapporti con la Pa. Ciò, come afferma la Corte suprema, è espressione di due principi della costituzione: quello sancito nell'articolo 97, secondo il quale i pubblici uffici sono organizzati secondo regole di imparzialità dell'amministrazione e il principio contenuto nell'articolo 81, dal quale si evince l'esigenza di tutelare le risorse degli enti pubblici contro il pericolo di impegni finanziari presi senza la consapevolezza dell'entità delle obbligazioni da adempiere.

Tuttavia, i contratti in cui è parte la Pa non possono essere conclusi a distanza. Solo l'atto formale è alla base dell'accordo valido, pertanto quando la Pa è parte del contratto non si può ipotizzare la conclusione di un vincolo giuridico attraverso fatti concludenti.

Consiglio di Stato: indennità disabili non incluse in Isee

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Il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar Lazio relativamente alle indennità di accompagnamento erogate ai disabili che non devono essere considerati reddito per il calcolo dell'indicatore della situazione economica equivalente (Isee).

Nello specifico, i giudici stabiliscono che «le indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché né certo all'accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un'oggettiva ed ontologica...situazione d'inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale».

Pertanto, l'Isee non può definire reddito un'indennità.

Inoltre, il Consiglio di Stato tiene a precisare che il sistema delle franchigie previsto dall'Isee per bilanciare il "peso" delle indennità non compensa in modo soddisfacente perché «i beneficiari e i presupposti delle franchigie stesse sono diversi dai destinatari e dai presupposti delle indennità».

Nel ricorso sul silenzio-rifiuto è da citare l'atto impugnato

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Per il rimborso delle imposte è stato proposto il ricorso introduttivo. Spetta al contribuente precisare l'atto opposto anche se questo non è immediato come nel caso del silenzio-rifiuto. È necessario, inoltre, precisare la domanda rivolta al giudice e allegare la relativa documentazione.

L'amministrazione non è tenuta a integrare la documentazione carente del contribuente anche nel caso in cui il silenzio rifiuto si è formato per sua inerzia. La sentenza 6/7/2016 della Ctr Liguria riguarda la richiesta di rimborso da parte di un contribuente delle maggiori imposte pagate sulla pensione integrativa tassata dall'ente previdenziale al 100% anziché nella misura inferiore prevista per i trattamenti pensionistici complementari (87,5%).

In seguito al silenzio dell'amministrazione, il contribuente si è rivolto alla Ctp e nel ricorso introduttivo contro il silenzio-rifiuto il ricorrente insiste per la tassazione ridotta dei trattamenti pensionistici complementari, senza chiedere al giudice di annullare il silenzio rifiuto e di condannare l'amministrazione al rimborso dell'imposta.

Il ricorso è infondato in quanto non contiene i documenti probatori idonei a suffragare la richiesta di rimborso. La Ctp lo dichiara inammissibile.

Danni della PA, prove danno per responsabilità

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La responsabilità della pubblica amministrazione in seguito ai danni provocati dall'azione amministrativa è legata all'adozione di un provvedimento illegittimo, la dimostrazione del dolo o della colpa, quale elemento costitutivo del diritto al risarcimento, non essendo sufficiente l'annullamento per atto lesivo.

È quanto stabilito dai giudici della terza sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n. 559 del 9 febbraio, con la quale i giudici amministrativi hanno stabilito che è necessaria la prova della colpevole condotta amministrativa e che da questa ne sia derivato un pregiudizio economico direttamente collegato all'assunzione o all'esecuzione della determinazione illegittima.

Relativamente, poi, alla risarcibilità del danno da perdita di chance i giudici del Consiglio di Stato la riconoscono nel caso in cui l'illegittimità dell'atto ha provocato direttamente una lesione della concreta occasione di conseguire un determinato bene.

È stato messo in chiaro, inoltre, che nelle gare pubbliche il diritto risarcitorio spetta solo se il danneggiato dà prova dell'esistenza di un nesso causale tra l'adozione di un provvedimento amministrativo illegittimo e la perdita dell'occasione concreta di conseguire un determinato bene. Pertanto, l'impresa illegittimamente tralasciata dall'aggiudicazione illegittima deve riuscire a dimostrare che la sua offerta sarebbe stata selezionata come la migliore e che l'appalto sarebbe stato quasi sicuramente aggiudicato ad essa.

Classamento catastale non per microzone, tre i principi da rispettare

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La Commissione tributaria provinciale di Roma n. 2384/41/2016 aggiunge un ulteriore tassello nella direzione della censura nei confronti dell'operato dell'Agenzia delle Entrate relativamente alla legittimità di alcuni avvisi di accertamento per riclassamento catastale, per le operazioni eseguite nel comune di Roma in base all'articolo 1, comma 335, legge n. 311/04.

La decisione della Commissione annulla il provvedimento dell'Agenzia delle Entrate per difetto di motivazione legato anche alla mancanza di prova nel merito che contrasti le specifiche motivazioni addotte dal ricorrente. La tesi del Collegio giudicante è sostenuta motivandola con i principi evidenziati nella sentenza n. 4712/2015, di cui i punti principali sono tre.

Il primo punto riguarda l'attività di classamento, la procedura "individuale" che rappresenta un criterio utile ad identificare il parametro globale di apprezzamento di un'unità immobiliare.

Il secondo punto chiarisce che nell'ambito di una procedura connotata da evidente straordinarietà, il classamento resta una procedura individuale. Infine, il terzo punto mette in chiaro che se non si tiene presente questo principio l'attività di classamento potrebbe causare un indiscriminato elevamento del livello di classe degli immobili ordinari rientranti nel perimetro della microzona.


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